L’empatia nella relazione d’aiuto

Per mettersi nei panni dell’altro occorre prima conoscere i propri…

L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri, per sintonizzarsi sulle loro emozioni senza confondersi con esse. Per coltivare l’empatia occorre quindi un iniziale coinvolgimento emotivo, unito ad un successivo distanziamento.  Empatia è anche allargare lo sguardo verso gli altri uscendo dall’autoreferenzialità, per donare attraverso la comprensione profonda uno sguardo di compassione e di comprensione.

empatia neuroni specchio

Rispecchiarsi nelle emozioni dell’altro

Infine empatia è non aver paura di rispecchiarsi nelle emozioni dell’altro.

Captare il vissuto emotivo delle persone dipende da specifiche aree del cervello collegate ai “neuroni specchio”, scoperti nel 1992 dai due neuro-scienziati italiani Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia.

Basta scorgere in un’altra persona l’intenzione di compiere un’azione o vivere un’emozione per attivare istantaneamente nel proprio cervello le aree di risposta come se l’azione fosse già avvenuta o l’emozione già espressa.

Imparare a gestire le proprie emozioni

Ma dopo avere captato le emozioni degli altri occorre imparare a gestire le proprie emozioni, perché se questo non avvenisse si correrebbe il rischio di confondersi con la sofferenza dell’altro, di “colludere” unendo le proprie ferite a quello dell’altra persona, come se ci si incollasse a vicenda.

Il poeta Pablo Neruda scriveva che «Ognuno ha una favola dentro che non riesce a leggere da solo, ha bisogno di qualcuno che, con la meraviglia e l’incanto negli occhi, la legga e gliela racconti». Si tratta di una narrazione biografica e autobiografica…

Chi può essere questo qualcuno in grado di leggere insieme a noi la favola che abbiamo dentro, che non sempre si presenta come una favola, ma a volte assume le sembianze di un libro dell’orrore? È una persona che è stata capace di soffrire prima di noi, che ha sofferto ma che si è anche meravigliato e stupito per la propria storia di vita ferita, qualcuno che ci ha messo mano e l’ha guarita, o almeno ci ha provato seriamente, e poi magari si è messo a disposizione per aiutare altri in quest’opera. È la mia storia, forse anche un po’ la tua che leggi…

Per fare tutto questo occorrono coraggio, l’empatia e anche un po’ di incoscienza

L'ascolto empatico è terapeutico

Ulteriori info:
366 207 2156 ti risponde Elisabetta

L’empatia parte da un guaritore ferito sufficientemente guarito

In psicologia si parla spesso di “guaritore ferito”, cioè delle ferite emotive del terapeuta che da una parte facilitano l’empatia visto che c’è una conoscenza diretta della sofferenza, dall’altra se le proprie ferite non sono state sufficientemente guarite rischiano di sommarsi a quelle delle persone accompagnate.

Empatia Lettera aperta ad un apprendista stregone

Un libro di grande ispirazione per chi si occupa di relazione d’aiuto

Solitamente chi si occupa di psicologia lo fa perché ha avuto esperienze di sofferenza nella propria vita che, dopo essere state sufficientemente elaborate (si spera!), lo portano successivamente a desiderare di entrare in contatto con gli altri, a curare gli altri, a diventare un «apprendista stregone” che usa la propria ferita come una feritoia verso il prossimo» come avrebbe detto Aldo Carotenuto nel suo libro Lettera aperta a un apprendista stregone (Bompiani, 1998), e questo desiderio parte da meccanismi di difesa molto adattivi come l’altruismo, o l’affiliazione, ovvero la capacità di entrare in contatto sociale con gli altri, oppure l’autoaffermazione, forse anche la sublimazione. 

Il guaritore ferito per essere sufficientemente guarito dev’essere stato prima sull‘isola, un luogo simbolico protetto, dove poter immaginare, sognare e sperimentare nuove realtà ed opportunità. L’isola è un simbolo che rimanda in maniera potente alla realtà del setting durante la relazione d’aiuto, un luogo dove conoscersi e ri-conoscersi.

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Empatia è un occhio all’interno e uno all’esterno

empatia conosci te stesso

Il ritratto a Paul Guillaume di Amedeo Modigliani

Conosci te stesso”, diceva l’oracolo di Delfi…. con un occhio rivolto all’interno e uno all’esterno, come nel ritratto che il pittore Amedeo Modigliani ha fatto per l’amico Paul Guillaume, disegnato con un occhio aperto e l’altro cieco e vuoto, come a dire che una parte dell’uomo è rivolta all’esteriorità e all’esame della realtà, mentre l’altra è volta all’interiorità, cioè allo stupore e alla fantasia creativa, alla meraviglia e all’incanto, proprio come suggerito da Neruda.

L’empatia viene da lontano

Abbiamo detto che l’empatia è il fondamento per la vita sana di ogni individuo, un sentimento che consente di mettersi nei panni dell’altro. L’empatia viene da lontano, nasce dalla capacità della madre di sintonizzarsi sui bisogni del neonato, non a caso i problemi infantili più gravi nascono da quelle figure accudenti che non solo non offrono empatia, ma la richiedono ai loro figli, costringendoli ad adultizzarsi per soddisfare le loro carenze emotive ed affettive, con gravi rischi psicopatologici successivi.

Il terapeuta nei casi di mancata sintonizzazione empatica dovrebbe svolgere il delicato compito di saturare queste carenze empatiche, ponendosi come “oggetto-Sé sostitutivo” che consente una sorta di identificazione positiva e sopperisce, attraverso l’empatia e l’affettività, alle mancanze delle figure genitoriali. Percepire empatia porta l’individuo alla capacità progressiva di sviluppare una sana e soddisfacente vita relazionale ed affettiva.

L'ascolto empatico è terapeutico

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GIUSEPPE FABIANO: LO PSICOTERAPEUTA DI MONTALBANO

Gli scritti di Andrea Camilleri letti con l’occhio dello psicologo

Commissario Montalbano

Il Commissario Montalbano sul terrazzo della Trattoria da Enzo

Andrea Camilleri è morto il 17 Luglio 2019 ma, unitamente a molti dei suoi personaggi, continua a vivere nel ricordo di molti suoi lettori sparsi in ogni angolo del mondo. In particolare il commissario Montalbano, grazie alla magistrale interpretazione televisiva di Luca Zingaretti, è diventato per molti una figura famigliare.

Tanti di noi si sono identificati con il commissario di Vigata, durante il dipanarsi delle sue storie abbiamo trovato in lui un uomo in grado di restituirci, come uno specchio, alcuni dei nostri “luoghi irrisolti”. Montalbano, unitamente ai personaggi che gli ruotano attorno, è uno spaccato di vizi e virtù di ognuno di noi, con situazioni che finiscono per rasentare il paradosso fino a giungere alla franca follia. E chi tra noi non ha vissuto qualche momento di “ordinaria psicopatologia”?

Montalbano è un po’ matto?

Tempo fa facevo una battuta a mia moglie: “Montalbano è un po’ matto… dovrebbe parlare con uno psicologo!” Non potevo sapere che la vita mi avrebbe fatto incontrare Giuseppe Fabiano, psicoterapeuta di lungo corso, professore universitario e autore del libro “Nel segno di Andrea Camilleri Dalla narrazione psicologica alla psicopatologia” (Franco Angeli, 2017).

La grande intuizione di Fabiano è stata quella di saper ricavare da alcuni libri di Camilleri gli elementi di ordinaria psicopatologia che trasudavano dai personaggi, concentrandosi non solo sulla saga di Montalbano, anche se il commissario resta inarrivabile per la ricchezza di spunti, di salti narrativi, per le contaminazioni gergali e le nevrosi che a volte sfumano nella psicosi, per la sua “quotidiana dose di follia”.

Il libro di Fabiano è entrato nelle Università

Nel Segno di Andrea Camilleri

Nel Segno di Andrea Camilleri, il libro di Giuseppe Fabiano

Il libro di “Nel segno di Andrea Camilleri” è inaspettatamente diventato un testo universitario ed ha ispirato molti futuri psicologi. È diviso in tre parti: la prima dedicata al profondo legame tra la narrazione, lo studio psicologico e la metodologia clinica, la seconda all’analisi della serie del commissario Montalbano, la terza ad alcuni romanzi storici.

Per scrivere il suo libro Giuseppe Fabiano ha dovuto prima diventare lui stesso un fan della narrazione camilleriana, da lettore ha imparato a calarsi nei meandri delle storie, gustarsi tra una pagina e l’altra la mitica caponatina della fedele domestica Adelina, lo “sciauro” dei piatti di pesce della trattoria da Enzo da assaporare in religioso silenzio senza che nessuno “scassi la minchia”, rubare un cannolo dal vassoio del dottor Pasquano, il burbero e goloso medico legale.

Fabiano ha dovuto anche dribblare le nevrosi di Livia, l’eterna fidanzata del commissario capace di alternare momenti di grande dolcezza a guizzi di collera improvvisa, con fughe precipitose e telefonate interrotte. Ha dovuto entrare in profonda empatia con Montalbano, ha rispettato i suoi tempi prima di metterlo a nudo, gli ha permesso di rilassarsi e di svelarsi poco alla volta.

Come avviene la psicodiagnosi dei personaggi

In ogni pratica clinica il colloquio è lo strumento fondamentale in chiave diagnostica, e anche in questo caso Giuseppe Fabiano ha dovuto entrare in colloquio con i personaggi che via via emergevano dalla fantasia di Camilleri. Così facendo ha imparato a conoscere anche lo scrittore e a rispettarne l’umanità e le sfaccettature del carattere. Entrare in colloquio con i personaggi dei libri gli ha permesso di raccogliere le indispensabili informazioni anamnestiche, osservare la struttura di personalità, esplorare la loro mappa personale. Questo processo è avvenuto attraverso la comunicazione narrativa tra i “pazienti” e lo psicologo, in un processo descrittivo circolare, una sorta di “osservazione partecipante” basata sull’empatia, sull’analisi dei sintomi e dei segni clinicamente rilevanti, tenendo presenti gli elementi che facevano da sfondo cognitivo-emotivo sia dietro che dentro i personaggi.

Durante questa immersione nei protagonisti dei romanzi Giuseppe Fabiano è stato chiamato anche a confrontarsi con sé stesso, con le proprie reazioni cognitive ed emotive di fronte alle sollecitazioni delle storie di vita che stava leggendo, ha dovuto fare i conti con la propria mappa personale. Ha dovuto usare lo sguardo del clinico durante la lettura, per far emergere le contraddizioni dei personaggi, farli uscire dalle pagine per farli sedere idealmente nel suo studio, instaurare con loro l’alleanza e la fiducia indispensabili per andare in profondità. E così facendo si è “messo nei panni” dei protagonisti, in un processo di fusione senza confusione. Se qualche volta i personaggi sono usciti dal libro, altre volte è Fabiano che è entrato tra le pagine con loro…

L’amicizia con Andrea Camilleri

Giuseppe Fabiano e Andrea Camilleri

Giuseppe Fabiano e Andrea Camilleri

Il risultato più sorprendente il libro l’ha prodotto prima ancora di uscire, perché ha procurato all’autore l’amicizia e il rispetto di Andrea Camilleri, che Fabiano ha frequentato insieme alla famiglia. Racconta che «l’estate di qualche anno fa, nella sua casa (di Camilleri) sull’Amiata, alla notizia che avevo messo su un gruppo Facebook per promuovere la sua candidatura al premio Nobel, ha sorriso e, con dolcezza e voce bassa, ha detto: “Sarebbe un problema. Sono sicuro che mia moglie mi direbbe: Andrea ma dove devi andare? A Stoccolma? Ma lo sai che lì fa freddo? E se ti viene la febbre?”. Una battuta semplice, essenziale come una fotografia, ironica come un fumetto, espressa da un sorriso che emerge dall’immancabile spira di fumo… “di una Multifilterrrr RRRRROSSSA».

Camilleri rivive nel ricordo di Fabiano al Premio Bancarella 2022

Non stupisce quindi che anche il 17 Luglio 2022 a Pontremoli, nell’ambito del prestigioso Premio Bancarella giunto alla 70ª edizione, Giuseppe Fabiano sia stato chiamato ancora una volta a tracciare un personale ricordo dell’amico Camilleri a tre anni dalla sua scomparsa, a dar voce alla profondità dei ricordi che, partendo dalla narrazione, sono sfociati nell’auto-narrazione. Una punteggiatura autobiografica che ha intrecciato i copioni di vita di Fabiano con quelli di Camilleri, che ha abbracciato le rispettive mappe personali dense di esperienze, confidenze ed emozioni, degne di essere narrate e ri-cordate, dove conoscersi per ri-conoscersi…

L'ascolto empatico è terapeutico

4 commenti
  1. Gaetano Piccolo
    Gaetano Piccolo dice:

    Un ricordo commovente e delicato di Camilleri attraverso lo guardo di questo psicologo. Non conoscevo questo libro, l’ho acquistato. Grazie per avermeli fatto conoscere.

    Rispondi
    • Fabrizio
      Fabrizio dice:

      Grazie Gaetano per il commento, quando la psicologia incrocia la narrativa emergono le potenzialità di entrambe…

      Rispondi
  2. Letizia
    Letizia dice:

    Amo Montalbano e i racconti di Camilleri, sono psicologa clinica e stavo cercando info per una ricerca. Mi sono imbattuta casualmente in questo post e mi si sono resa conto che qualcuno aveva già sviluppato una mia vecchia idea: la psicodiagnosi dei personaggi di Camilleri. Davvero interessante l’opera del dott. Fabiano, complimenti, l’ho già ordinata…

    Rispondi

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  1. Gaetano Piccolo
    Gaetano Piccolo dice:

    Un ricordo commovente e delicato di Camilleri attraverso lo guardo di questo psicologo. Non conoscevo questo libro, l’ho acquistato. Grazie per avermeli fatto conoscere.

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    • Fabrizio
      Fabrizio dice:

      Grazie Gaetano per il commento, quando la psicologia incrocia la narrativa emergono le potenzialità di entrambe…

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  2. Letizia
    Letizia dice:

    Amo Montalbano e i racconti di Camilleri, sono psicologa clinica e stavo cercando info per una ricerca. Mi sono imbattuta casualmente in questo post e mi si sono resa conto che qualcuno aveva già sviluppato una mia vecchia idea: la psicodiagnosi dei personaggi di Camilleri. Davvero interessante l’opera del dott. Fabiano, complimenti, l’ho già ordinata…

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Cos’è il counseling

counseling è una carezza

Il counseling è una carezza per te

L’ascolto empatico di una persona bisognosa – ma chi non ha bisogno di essere ascoltato? – rappresenta una “grande carezza”, un gesto terapeutico in senso lato, in grado di lenire molte ferite e di ridonare senso all’esistere.

Infatti spesso si devono affrontare situazioni esistenziali, lavorative, familiari e relazionali molto faticose, verso le quali ci si sente inermi, stanchi e scoraggiati.

È il momento di chiedere sostegno a chi sa ascoltare senza giudicare, sa ordinare il presente e sa aiutare a trovare soluzioni per il futuro.

L'ascolto empatico è terapeutico


L’ascolto empatico è sempre terapeutico

Ascoltare è sempre terapeutico, mentre parlare può anche essere distruttivo: questo concetto può essere ben esemplificato dal famoso detto “ne uccide più la lingua che la spada”.

Ma come realizzare un “ascolto attivo” diverso da un “sentire passivo” e da un “parlare invasivo”? Un ascolto che sappia farsi prossimo senza opprimere, che sappia stimolare senza imporsi, che sappia guarire senza voler essere guaritore a tutti i costi?

A tutte queste domande cerca di rispondere il “counseling”, una relazione d’aiuto professionale basata sull’ascolto empatico e non giudicante, che presuppone considerazione positiva nei confronti della persona che si sta seguendo e che ha lo scopo di accompagnare alla scoperta e attivazione delle risorse personali rispetto al problema portato.

L’ascolto empatico è sempre terapeutico.

L'ascolto empatico è terapeutico


Differenze tra counselor e psicoterapeuta

counseling

Il counseling accompagna e porta luce

Nel counseling ci si occupa di “supportare” il proprio cliente valorizzando le risorse e le capacità che già possiede e lo aiuta a conseguire gli obiettivi e il benessere desiderati. Il counseling si concentra sul “qui e ora” e non lavora su aspetti del passato.

Il counselor dice: ce la puoi fare, ti aiuto da ora!

Nella psicoterapia ci si occupa di “curare” un paziente che sostiene di non farcela, lo aiuta a superare il problema e a riconfigurare la personalità. La psicoterapia può lavorare sul passato e consente una ristrutturazione della personalità.

Lo psicoterapeuta dice: se non riesci a farcela scopriamo il perché!

Nel counseling non c’è alcuna confusione con la psicoterapia, sono approcci differenti, come viene spiegato in questo articolo.


L’arte del counseling

Il counseling è un tipo di intervento di aiuto che, attraverso la costruzione di una relazione con il cliente caratterizzata da ascolto, fiducia e comprensione empatica, incoraggia la persona a riflettere in modo nuovo sulle proprie difficoltà, ad esprimere autenticamente il proprio punto di vista, ad immaginare e sviluppare soluzioni efficaci ai problemi esistenti.

Rollo Reece May (1919-1994), psicologo ed insegnante americano, nel suo libro “L’arte del counselingdefinisce per la prima volta l’attività del counseling  e sostiene che:

«il counseling si adatta a tutte quelle persone che pur non desiderando diventare psicologi o psicoterapeuti svolgono un lavoro che richiede una buona conoscenza della personalità umana.  […] Ciò che caratterizza la personalità è la libertà, l’individualità, l’integrazione sociale e la tensione religiosa […] questi sono i quattro principi essenziali della personalità umana». 

Da questa definizione, integrata con specifiche basi antropologiche, filosofiche e spirituali, nasce il nostro Counseling Essenziale, un approccio che mira alla felicità della persona, conseguente alla scelta di obiettivi di vita non solo utili ma benefici, dove vengono integrati i valori, le credenze e i talenti personali.

Un approccio che consente di ottenere risposte di senso.

L'ascolto empatico è terapeutico

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ascolto attivo

Cosa fare e non fare per imparare l’ascolto attivo

ascolto attivo con counseling essenziale

L’ascolto passivo è un’operazione scontata per chiunque possieda il senso dell’udito .

Ma un conto è un ascolto distratto e automatico, un altro è l’ascolto profondo di un racconto di vita trasmesso da persone che ci stanno aprendo il cuore.

Occorre non solamente ascoltare, ma soprattutto saper ascoltare.  La modalità utilizzata da chi ascolta in modo professionale si chiama “ascolto attivo” e si basa su conoscenze che devono essere prima apprese e poi esercitate con regolarità prima di diventare competenze.

In questo articolo ti spieghiamo alcuni segreti dell’ascolto attivo e ti anticipiamo che sono alla base di ogni relazione d’aiuto, dal Counseling alla Mediazione familiare fino a giungere alla Psicoterapia.

Ecco qualche buon consiglio per iniziare a cimentarsi e per evitare errori grossolani.


L’ascolto attivo: qualche consiglio

“Ecco quel che abbiamo trovato, riflettendo. Così è. Tu, ascolta, e fanne tesoro”. Giobbe 5,27

L’ascolto attivo non è innato, occorre apprenderlo.

Poggia su una serie di tecniche unite a sensibilità personali, ma non c’è dubbio che senza una preventiva conoscenza delle regole di base unite ad un costante allenamento questa modalità di comunicazione risulta complessa da praticare. Ecco quindi qualche indicazione utile:

Lo specchio

Consiste nel riflettere come uno specchio quello che la persona sta vivendo dal punto di vista emotivo ed entrare in rapporto con lei sintonizzandosi sulle sue modalità espressive.

Esempio – Se la persona dice che sta soffrendo molto per la morte del marito si può dire: “È molto difficile per lei vivere senza il marito…”

Il ricalco verbale

Si parte dall’individuazione delle parole usate più frequentemente nella narrazione per poi riproporle all’interlocutore in modo da sviluppare una maggior sintonia.

Esempio: Se la persona dice o fa capire che sta male perché si sente sola e abbandonata, si può dire: “Certo, lei si sente sola e abbandonata…”

La riformulazione

Consiste nel riproporre con parole diverse quanto detto dall’interlocutore per chiedere se si è compreso correttamente quello che ha espresso. Si tratta di parafrasare o sintetizzare il discorso di chi si sta ascoltando.

Può essere utile, durante la riformulazione, proporre anche i sentimenti e gli stati d’animo legati al contenuto del discorso.

Esempio –  Se la persona dice che sta soffrendo molto per la morte del marito si può dire: “Ho compreso che per lei è davvero molto difficile vivere senza suo marito”

Il riassunto

La tecnica dell’ascolto attivo prevede di riassumere brevemente il discorso della persona incontrata riproponendo le parti più significative e cariche di emozioni. Il riassunto serve per “fare il punto” della situazione, per verificare se si è capito ciò che è stato narrato e anche per portare il colloquio verso la chiusura.

Esempio: “Se ho capito bene, la sua vita è molto difficile da quando è morto suo marito.”


L’ascolto attivo: cosa non fare

“Nessuna cattiva parola esca dalla vostra bocca; ma se ne avete qualcuna buona, che edifichi secondo il bisogno, ditela affinché conferisca grazia a chi l’ascolta”. Efesini 4,29

Nonostante si sia animati da buone intenzioni, nell’ascolto attivo si rischia di commettere errori o leggerezze che possono vanificare gli sforzi precedenti. Alcune frasi sono assolutamente da evitare.

Le frasi da evitare

Eccone alcune molto comuni:

  • Capisco quello che provi… perché l’altro pensa “ma cosa vuoi capire tu di quello che provo io!”
  • Dai, non va poi così male… perché l’altro pensa “ma cosa vuoi capire tu di come sta andando!”
  • Non ti preoccupare… perché l’altro pensa “è facile per te non preoccuparti, ma qui ci sono io!”
  • Vedrai che passerà… perché l’altro pensa “è facile per te, intanto chi sta male sono io e poi chissà quando passerà, ammesso che passi!”

Non fare i salvatori

È meglio evitare di proporsi come salvatori elargendo consigli e soluzioni anche quando gli interlocutori spesso insistono per avere risposte adeguate alle loro domande.

Piuttosto che offrire risposte è meglio utilizzare altri strumenti, ma in alcuni casi non si riesce proprio a non rispondere. Però esistono risposte che dovrebbero essere accuratamente evitate.

Le risposte da evitare

Già Carl Rogers, psicologo statunitense considerato il “padre” dell’empatia, ha individuato quattro tipi di risposte da evitare attentamente:

  1. Risposte banalizzanti

Sono le risposte che tendono a semplificare i problemi che vengono raccontati e che indirettamente cercano di accreditare chi ascolta come colui che ha la soluzione che, in pochi minuti, farà scomparire tutte le difficoltà. Ognuno considera la propria storia unica e così dev’essere trattata.

Non si può affermare di aver visto tanti casi simili perché è la manifestazione di una forte carenza nella capacità empatica che alimenta nell’interlocutore il dubbio di non poter essere capito.

  1. Risposte tecnicistiche

Rappresentano tutte le risposte da “esperto”, quelle che fanno uso di un linguaggio tecnico (medico, teologico, psicologico, filosofico, antropologico, economico, sociologico…) difficile da comprendere. Sono due i grandi svantaggi di questa abitudine.

Prima di tutto si annulla qualsiasi possibilità di instaurare un rapporto di fiducia in quanto chi parla non si sente accettato e capito ma anzi avverte il disagio di trovarsi in una relazione in cui occupa la parte subordinata.

Secondariamente l’uso di un linguaggio poco comprensibile rende difficile poter cogliere prospettive diverse dalla propria.

  1. Risposte moralistiche

Costituiscono quelle risposte tese a incolpare chi viene ascoltato per un suo comportamento che travalica i limiti della moralità dell’ascoltatore.

Se una persona si comporta in modo sbagliato secondo i canoni di chi sta ascoltando non può essere redarguita e additata come “peccatrice” ma può essere invece aiutata a rielaborare il comportamento “moralmente riprovevole” allargando la narrazione attorno ad esso e ispirando riflessioni con frasi come “che cos’altro avresti potuto fare in quella situazione?

  1. Risposte interpretative

Sono risposte in cui chi ascolta offre una spiegazione alle emozioni, sentimenti e comportamenti del soggetto che ha di fronte basandosi sulla propria intuizione. Queste intuizioni dovrebbero rimanere tali e non essere trasmesse al soggetto. Chi siamo per interpretare le emozioni dell’altro?


L’ascolto attivo nel Counseling Essenziale

L’ascolto attivo fa parte di una competenza indispensabile durante i colloqui di relazione d’aiuto o durante le consulenze relazionali.

Nel nostro Counseling Essenziale® oltre a queste competenze di base si aggiungono conoscenze di tipo antropologico, filosofico e spiritale.

L’obiettivo è un approccio che accorda gli obiettivi con i valori, fa emergere i bisogni profondi, guarda al benessere stabile e persegue la ridefinizione degli obiettivi di vita.

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ascolto attivo empatia

Come ascoltare attivamente senza essere invadente?

ascoltare attivamente senza essere invadente

Come ascoltare attivamente senza essere invadente?

È una domanda interessante, perché a tutti fa piacere essere ascoltati ma solo pochi lo sanno fare: è più facile parlare che ascoltare.

Questa verità, empiricamente rilevabile da chiunque, nasce dal fatto che l’uomo è per natura un essere relazionale, e che molti pensano che buona parte della comunicazione avvenga parlando.

ascoltare attivamente senza essere invadente

L’ascolto attivo analizza il verbale, il para-verbale e il non verbale

Niente di più sbagliato, infatti è assodato che buona parte della comunicazione più che con le parole (il verbale) avviene attraverso le inflessioni della voce (il para-verbale) e la gestualità del corpo (il non verbale).

Diversi studi, non sempre concordi tra loro, hanno cercato di attribuire un punteggio percentuale a questi tre aspetti: senza entrare nei dettagli si può sintetizzare che verbale, para verbale e non verbale hanno un peso simile.

Se ne deduce che si comunica benissimo anche stando zitti.


Cosa significa ascoltare

“L’orecchio che ascolta e l’occhio che vede, li ha fatti entrambi il Signore”. Proverbi 20,12

ascolto attivo senza invadere

L’ascolto avviene sia a livello cognitivo che emotivo

Ascoltare significa accogliere e rispettare il vissuto di chi dona le proprie storie di vita, partendo dal presupposto che ogni storia è sacra. L’ascolto avviene sia a livello cognitivo che emotivo e riguarda sia i contenuti che le emozioni e i vissuti.

Esistono diverse modalità di ascolto, che prevedono differenti livelli di coinvolgimento.

Agli estremi si colloca l’ascolto passivo, che trasmette distacco e scarsa considerazione verso chi sta parlando, e l’ascolto attivo, che al contrario fa sentire l’altro ascoltato.

Inutile sottolineare che l’ascolto attivo è la modalità da preferire, anche se non è per nulla scontata e semplice da attuare.


Che cos’è l’ascolto attivo

“Ecco, io sto alla porta e busso: se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io entrerò da lui e cenerò con lui ed egli con me”. Apocalisse 3,20

Ma allora come ascoltare attivamente senza essere invadente?

L’ascolto attivo è un modo di ascoltare estremamente dinamico, che permette di interagire positivamente durante la conversazione rispettando la narrazione di chi si sta ascoltando.

I cardini dell’ascolto attivo sono l’empatia, la considerazione positiva e il non giudizio.

L’empatia

ascolto attivo senza essere invadenti nel Counseling Essenziale

Significa entrare nei panni dell’altro per capire cosa sta provando stando attenti a non farsi trascinare nella simpatia (simmetria e collusione) che, generando, una forte risonanza emotiva, non consente di essere lucidi durante l’ascolto.

La considerazione positiva

Significa abbandonare i preconcetti ed essere aperti al fatto che la persona che sta di fronte, anche se sofferente, possiede in sé risorse per stare in piedi e andare avanti.

la considerazione positiva durante l'ascolto attivo

Lo psicologo Carl Rogers è stato il primo a parlare di considerazione positiva

La considerazione positiva verso l’altro può essere praticata solo da chi possiede una buona autostima (che consente di avere una equilibrata conoscenza sia delle proprie capacità che dei limiti) unita a una sana umiltà (che consente di deconcentrarsi da sé stessi per concentrarsi sull’altro).

Naturalmente avere considerazione positiva verso l’altro non significa non possedere un corretto esame di realtà: se la persona con la quale si dialoga ha evidenti disabilità intellettive (neurodegenerative o psicopatologiche) occorre riconoscerle ed evitare di farsi illusioni!

Ma anche in questi casi basta saper ascoltare con pazienza qualsiasi cosa venga donata per il tempo a disposizione, perché un buon ascolto è sempre terapeutico.

Il non giudizio

il non giudizio per ascoltare attivamente senza essere invadente

Puntare il dito significa esercitare un giudizio di condanna

È un aspetto fondamentale per poter ascoltare senza intervenire in modo giudicante e correttivo bloccando di fatto l’ascolto.

Sospendere il giudizio su ciò che viene donato durante una conversazione non significa non avere una propria opinione, ma semplicemente non anteporla e veicolarla all’altro durante la conversazione. Per aiutare una persona che si giudica in un vicolo cieco può essere utile allargare la narrazione cercando di portare la persona a riflettere da sola sui propri comportamenti.

Ma come fare ad allargare la narrazione senza intervenire con buoni consigli, pur se richiesti? Come cercare di non fornire soluzioni preconfezionate o proferire frasi di circostanza?

Occorre conoscere le tecniche basilari dell’ascolto attivo e ci sono alcune cose che occorre fare ed altre che non bisogna fare.


L’ascolto attivo è sempre rispettoso

“Sono come un uomo che non ascolta, nella cui bocca non ci sono parole per replicare”. Salmo 38,14

Concludendo si potrebbe affermare che per ascoltare attivamente senza essere invadente occorre esercitare molte virtù, prima fra tutte la compassione, che significa “patire con” l’altro, senza timore di lasciarsi avvolgere dalla sofferenza altrui ma senza lasciarsi coinvolgere oltre misura.

Pur partendo dall’empatia, dalla considerazione positiva e dal non giudizio occorre non fermandosi alle parole che vengono trasmesse ma esercitare una valutazione di congruenza rispetto a ciò che viene trasmesso.

Occorre usare grande equilibrio e rispetto verso chi si ascolta, evitando accuratamente di violare quella zona intima e sacra che segna il confine tra il tenero rispetto e la violenta intrusione nell’anima del prossimo.

Infine occorre essere vigilanti e rispettosi anche verso noi stessi, non tutte le storie sono per noi, non sempre riusciamo a conservare le giuste distanze. È bene riconoscerlo e lasciare campo libero ad altri.

counseling essenziale ascoltare attivamenteL’ascolto attivo rispettoso e operoso è lo strumento che consente di andare oltre le apparenze e permette di aprire scenari inediti.

Nel nostro Counseling Essenziale® oltre all’ascolto attivo si aggiungono conoscenze antropologiche, filosofiche e spirituali che consentono un approccio che accorda gli obiettivi con i valori, aiuta ad emergere i bisogni profondi, promuove il benessere stabile e persegue la ridefinizione degli obiettivi di vita.

Sovente si inizia con un obiettivo e si finisce per ritrovare il senso della propria vita.

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perdono che conviene

Perché conviene perdonare gli altri, ma soprattutto noi stessi?

Oggi il perdono è uno dei temi più studiati da molte discipline, dalla giurisprudenza alla sociologia, dalla pedagogia alla psicologia: forse perché si è scoperto che il perdono conviene sempre.

In particolare la psicologia ha dimostrato che il perdono conviene perché influenza il benessere personale, interpersonale e sociale, non a caso il tema del perdono è entrato a pieno titolo in molti approcci psicoterapeutici.

Il pioniere è stato lo psicologo americano Robert Enright, che a partire dal 1985 ha dimostrato attraverso numerosi studi scientifici raccolti in decine di pubblicazioni come l’atto di perdonare influisce positivamente sul benessere fisico, mentale ed emotivo.


Un modello in 5 passaggi

perdono

Per Worthington Jr il perdono è costituito da 5 passaggi

Tra il 1998 e il 2003 lo psicologo Everett Worthington Jr. ha realizzato un interessante modello sul perdono strutturato in 5 passaggi che sono:

  1. dar voce al dolore e alla rabbia,
  2. lavorare sull’empatia nei confronti dell’offensore,
  3. rivisitare la propria storia personale di colpa e perdono,
  4. impegnarsi ad accordare il perdono,
  5. confermare più volte il perdono precedentemente accordato.

Questi ed altri studi hanno dimostrato che dire semplicemente “voglio perdonare” di solito non è sufficiente, è necessario un percorso di consapevolezza seguito da una scelta ritenuta vantaggiosa.  Quindi per perdonare bisogna giungere alla convinzione che conviene.


Perché perdonare conviene

Ma perché perdonare dovrebbe convenire? Per scoprirlo occorre confrontare perdite e guadagni su differenti aspetti dell’esistenza, come salute, finanze, relazioni, energia vitale… e stilare un bilancio finale.

Facciamo qualche riflessione:

  • La salute

Si sta meglio o peggio dal punto di vista psico-fisiologico se si alimenta il rancore?

  • L’economia

Si guadagna o si perde dal punto di vista economico quando si affronta un conflitto prolungato?

  • Le emozioni

Le emozioni che emergono quando si rimane ancorati a fatti dolorosi del passato sono piacevoli o spiacevoli?

  • La lucidità

Quando domina la ruminazione mentale e il risentimento si è più o meno lucidi?

  • Le relazioni

Aumenta o diminuisce la socievolezza quando si alimenta la diffidenza verso il nostro nemico?

  • La spiritualità

L’odio e il risentimento sono in armonia con i miei valori e con le mie credenze a livello spirituale o religioso?

  • L’energia

Se covo vendetta e astio aumenta o diminuisce la mia vitalità?

Se il bilancio finale risulta nettamente a favore del perdono si può decidere di cambiare direzione con maggiore determinazione, si possono trovare più facilmente forze e motivazioni per percorrere una strada nuova.


Una volta imparato è più facile perdonare

perdono

Più si perdona più avviene un potenziamento sinaptico a lungo termine e si crea nel cervello un “circuito del perdono”

La buona notizia è che una volta percorsa, la strada del perdono diventa conosciuta e può essere ripercorsa successivamente con più facilità, infatti è stato dimostrato scientificamente che la ripetizione crea e poi rinforza specifici circuiti celebrali che determinano comportamenti stabili.

In pratica più si perdona più si sviluppa un’attitudine che rende facile perdonare successivamente.

Allora si comprende meglio la risposta di Gesù di fronte alla domanda del suo discepolo Pietro:

«Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?». E Gesù gli rispose: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette». (Mt 18,21-22)

È evidente che Pietro aveva una visione da contabile, Gesù invece lo invita ad andare oltre e lo porta e vedere il perdono con gli occhi della gratuità e della sovrabbondanza.


Perdonare sé stessi

perdono

Perdonare sé stessi è una grande sfida

Perdonare conviene sempre anche quando si tratta di sé stessi, anzi questa è forse la maggior sfida che si incontra nella vita. Si tratta di un cammino per imparare ad amarci e ad accettarci “nonostante tutto”.

Non per auto-giustificarci, ma per riconoscere i limiti senza farci schiacciare da essi. Riconoscere i propri limiti presuppone un buon esame di realtà unito ad una buona capacità di autoanalisi.

C’è una grande resistenza nel perdonare sé stessi, perché, come per qualsiasi altro cambiamento importante, si tratta di una morte interiore, dove muoiono la vergogna, la colpa e l’autocritica, dove ci si consente di gettare luce sugli inganni, le paure e i giudizi che tengono prigionieri nel doppio ruolo di vittime e carcerieri di noi stessi.

Non siamo perfetti e mai lo saremo!

Maggiore è la tendenza al perfezionismo maggiori saranno i livelli di ruminazione e di lamentazione, mentre diminuirà la capacità di auto-accettarsi e auto-perdonarsi (Dixon (2014).

  • Il perdono verso sé stessi implica l’imparare ad accettarsi e a non torturarsi. Implica imparare ad amarsi, perché chi non si perdona non si ama.
  • Perdonare sé stessi è un gesto di auto-compassione che porta ad offrire comprensione non giudicante ai propri dolori, alle carenze e ai fallimenti, riconoscendo che fanno parte della condizione umana.
  • Provare compassione per sé stessi equivale a perdonarsi, e consente di trascendere le ferite trattandole in modo non infettivo.

Se non ci si perdona non si riesce a perdonare altri

Perdonarsi rappresenta un gesto di amore agapico. Non a caso il grande comandamento lasciato da Gesù dice:

«Ama il prossimo tuo come te stesso». (Mt 22,39)

Infatti per amare il prossimo occorre prima amare sé stessi. Se non ci amiamo e non ci perdoniamo, com’è possibile riuscire amare il prossimo e perdonarlo?

Se non riusciamo ad amarci significa che chi avrebbe dovuto insegnarci l’amore non è riuscito nel suo scopo, e abbiamo finito per sviluppare resistenze e rifiuto anche per l’amore divino!


Il Perdono e il Counseling Essenziale

perdono counseling essenziale

Il Counseling Essenziale aiuta a comprendere la convenienza del perdono

Durante i nostri colloqui di Counseling Essenziale® sovente emerge la necessità di perdonare altri o sé stessi. Il perdono è la chiave più potente per la felicità duratura, è un elemento di guarigione interiore e liberazione spirituale.

Il perdono è sempre una scelta, frutto di un’analisi di convenienza.

Perdonare non è solo un’azione morale, ma è un gesto di giustizia riparativa verso noi stessi e verso il prossimo. È la decisione di gettare un ponte tra un passato che pesa e un futuro che attende di essere realizzato.

Ma a volte si vorrebbe perdonare ma non si sa come fare. Per questo proponiamo un percorso sul perdono pratico ed efficace che insegna i passaggi logici per giungere ad un perdono completo e duraturo.

Counseling Essenziale per il perdono

Scopri il nostro percorso sul perdono

Ascolti di Vita, in collaborazione con le associazioni non profit Università del Perdono e  Famiglia della Luce con Camilla offre da tempo delle formazioni sul perdono e sulla riconciliazione sia residenziali che online.

Percorso aconfessionale, logico e pratico

Si tratta di un percorso aconfessionale, consequenziale, logico e pratico, che fa comprendere che il perdono è una scelta sempre possibile e conveniente.

Vengono alternati insegnamenti, dinamiche esperienziali e condivisioni sia in piccoli gruppi che in plenaria. Un’esperienza da vivere per lasciarsi cambiare la vita.

Due giornate consecutive nel fine settimana

Il percorso si svolge in due giornate consecutive nel fine settimana: è un’occasione unica per scoprire tutto quello che avresti sempre desiderato sapere sul perdono ma non sapevi a chi chiedere… Scopri il prossimo percorso tra i nostri eventi futuri.

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perdono

Cos’è e cosa non è il perdono

perdono

Dal punto di vista umano il perdono è un «processo che coinvolge aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali» (Worthington et al., 2007), e consiste «nel ridurre evitamenti e vendette contro una persona che ne ha ferita un’altra e nel favorire la riconciliazione tra le parti se è sicura, prudente e possibile». (Worthington, Wade, 1999)


Consapevolezza dell’ingiustizia subita

giustizia riparativa e riconciliazione

Senza la consapevolezza dell’ingiustizia subita non può iniziare il perdono

Tutto inizia dalla piena consapevolezza da parte della vittima di aver subito un’ingiustizia e termina con la decisione di superare risentimento e vendetta per riconfigurare l’esperienza utilizzando uno sguardo nuovo sull’accaduto.  Sono belle definizioni, ma come fare in concreto?

Vediamo alcune situazioni tipo, forse in qualcuna ti potrai riconoscere anche tu…

Ho perdonato ma continuo a provare rabbia…

Molte persone riferiscono di averci provato ma di continuare a provare rabbia e risentimento verso il loro offensore, in questo caso il perdono è ambivalente ed è avvenuto sul piano morale ma non è stato completato sul piano psico-emozionale.

Voglio perdonare ma non so come fare…

Molti riferiscono di volerci provare ma di non sapere come fare, in questo caso il perdono è bloccato per mancanza di un metodo, quindi non ha modo di concretizzarsi.

Se perdono dove finisce la giustizia?

Alcuni hanno difficoltà perché vedono il perdono in opposizione alla giustizia, in questo caso si rimane imprigionati nell’ira giustizialista e si nega ogni clemenza al colpevole, con il rischio che la giustizia tardi ad arrivare e il rancore consumi la vita.

Il perdono è un gesto di clemenza che non nega affatto che la giustizia umana faccia il suo corso.

Perdono perché devo?

Alcune persone elargiscono un perdono formale, freddo, distaccato, disumanizzante, magari alimentato da istanze morali ma privo d’amore. Si tratta di un gesto esteriore e nevrotico, che non produce benessere perché è basato sul “devo” invece che sul “posso”.

Perdono per vendicarmi?

Ci sono persone che utilizzano un perdono vendicativo e altezzoso per dimostrare all’altro che sono superiori, migliori. Lo scopo è quello di far sentire male l’altro, di alimentare il suo senso di colpa. Si tratta di un falso perdono altezzoso e violento.

donna indecisa e confusa

Chi pensa di non avere nulla da perdonare o da farsi perdonare nega il perdono

Non ho nulla da perdonare o da farmi perdonare!

Ci sono individui che riferiscono di non avere nulla da perdonare né da farsi perdonare, in questo caso è fortemente carente l’esame di realtà.

Scattano meccanismi di difesa volti a sostenere la propria immagine perfezionistica e narcisistica. Nella realtà tutti abbiamo qualcosa da perdonare e da farci perdonare.

Non  voglio perdonare!

Infine qualcuno dichiara di non aver nessuna intenzione di perdonare, in questo caso il rancore e il risentimento sono ancora molto elevati, non rimane che attendere che accada qualcosa in grado di modificare l’equilibrio. In ogni caso perdonare non è mai un obbligo, ma una scelta frutto di convenienza.


Com’è difficile perdonare, com’è difficile perdonarsi…

Il percorso del perdono non presuppone solo l’abbandono di sentimenti negativi, ruminazioni rabbiose, desiderio di vendetta, ma implica una crescita e contiene una dimensione costruttiva (Paleari, Pelucchi, 2013; Regalia, Paleari, 2008).

È un processo che implica la modificazione delle emozioni, dei pensieri e delle attitudini nei confronti di una persona che ci ha fatto del male.

Occorre scardinare alcuni potenti luoghi comuni che sovente risultano bloccanti.

Durante i nostri colloqui di Counseling Essenziale® si aiuta anche la persona a scoprire cos’è e cosa non è il perdono e a comprendere perchè il perdono conviene sempre.

Counseling Essenziale

Cosa non è il perdono

Forse per comprendere ancora meglio cos’è il perdono si potrebbe partire specificando cosa non è.

Il perdono NON È

  • la negazione dei propri sentimenti, bisogni e desideri, anzi è l’esatto contrario.
  • dimenticare o minimizzare l’offesa, è anzi necessario prima fare verità.
  • condonare l’offesa, è solo decidere che conviene andare oltre.
  • un regalo per chi ci ha offesi, è un regalo prima di tutto per noi stessi.
  • un gesto scontato, ma un’azione meditata.
  • una scelta morale obbligata, è una libera scelta psicologicamente conveniente.
  • riconciliazione con l’offensore che potrebbe essere già morto o potrebbe essere sconsigliabile incontrare.

Il perdono può avvenire anche senza che l’offensore lo sappia.

La riconciliazione invece non può mai avvenire senza il perdono e la negoziazione tra le parti. (Regalia, Paleari, 2008).


Scopri il nostro percorso sul perdono

Ascolti di Vita, in collaborazione con le associazioni non profit Università del PerdonoFamiglia della Luce con Camilla offre da tempo formazioni sul perdono, sia residenziali che online. Per chi ha partecipato è prevista una successiva sessione sulla riconciliazione.

Un percorso pratico, aconfessionale e consequenziale

perdono che convieneSi tratta di un percorso aconfessionale, consequenziale, logico e pratico, che fa comprendere che il perdono è una scelta sempre possibile e conveniente.

Vengono alternati insegnamenti, dinamiche esperienziali e condivisioni sia in piccoli gruppi che in plenaria. Un’esperienza da vivere per lasciarsi cambiare la vita.

Due giornate consecutive nel fine settimana

Il percorso si svolge in due giornate consecutive nel fine settimana: è un’occasione unica per scoprire tutto quello che avresti sempre desiderato sapere sul perdono ma non sapevi a chi chiedere…

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amore

Cosa è davvero l’amore? È un grande mistero… proviamo a svelarlo.

amore

Definire l’amore rappresenta proprio una grande sfida, tanto che una delle grandi domande esistenziali è cosa è davvero l’amore.

I primi studi scientifici hanno cercato di distinguere fra attrazione e innamoramento, mentre altre ricerche si sono spinte in maggiore profondità ed hanno teorizzato diversi tipi di amore.

Cos'è davvero l'amore? Contesa tra Agape ed Eros

L’amore come miscela di passione e compassione…

Una ricerca ha distinto tra amore compassionevole, che non prevede eccitazione psico-fisica, e amore passionale, che invece la prevede (Hatfield e Sprecher 1986).

Un’altro lavoro scientifico ha esaminato l’amore romantico in differenti contesti culturali e ha dimostrato che:

  • nelle società collettivistiche, come quelle orientali, l’amore romantico è limitato e l’individuo deve fare i conti con le aspirazioni e i condizionamenti della famiglia o di altri membri del gruppo;
  • nelle società individualistiche, come quelle occidentali, l’amore romantico è un’esperienza forte, dove la persona giunge quasi a dimenticare amici e familiari in favore della persona amata.

Quindi con il termine amore si intendono differenti livelli di aspettative e di coinvolgimento, che partono da un desiderio auto-centrato dominato dai bisogni affettivi personali, per passare a scambi equi contrassegnati dalla reciprocità e giungere al dono di sé permeato dalla devozione.

Ma allora che cosa è davvero l’amore?

Nella lingua italiana il termine «amore» ha più di un significato e può essere utilizzato in modo intercambiabile, invece nella lingua greca antica per definire amore vengono utilizzati ben quattro termini:

  1. Porneia
  2. Eros,
  3. Philia
  4. Agape

La Porneia

La porneia identifica l’amore autocentrato basato unicamente sulla soddisfazione di un bisogno personale. Negli adulti rappresenta l’amore possessivo, utilitaristico e usa e getta, oppure quello frutto di dipendenze affettive.

Il pronome che lo caratterizza è “IO”.

L’Eros

L’eros invece indica la passione erotica, la pulsione di unirsi all’altro, il fondersi, l’attrarsi, e identifica un amore dominato dalle emozioni e dai sentimenti.

È caratterizzato da un “IO seguito da TU”.

La philia

La philia è l’amore fraterno, amicale e coniugale maturo, basato sull’affetto, sul gradimento, sulla simpatia, sul rispetto e sulla reciprocità, entrano in gioco sia i sentimenti che la ragione.

È fondato su un “NOI”.

L’Agape

L’agape è l’amore che si offre senza chiedere nulla in cambio, è gratuito, generoso, universale e assoluto. Porta a desiderare il bene dell’altro prima del nostro. È l’amore di un genitore disposto a sacrificarsi per i propri figli, l’amore eroico di una persona disposta a perdere la propria vita per salvare quella dell’altro.

Domina il pronome  “TU


Agape ed Eros

amore eros e agape

Eros e Agape sono complementari, non escludenti…

Qualcuno potrebbe pensare che l’obiettivo di ogni essere umano sia giungere a vivere l’agape escludendo gli altri amori meno nobili: niente di più sbagliato!

Siamo spirito, anima e corpo, e ognuno di questi principi antropologici ha necessità di esprimersi in modo armonico e compiuto. Sovente invece si attua una visione estremistica, dominata da Eros oppure da Agape.

Un Eros senza Agape è comune nell’attuale società post moderna e transculturale e produce un romanticismo passionale che, a volte, sfocia nella violenza.

Un’Agape senza Eros è molto comune tra i credenti e i consacrati. Si tratta di un amore esercitato più per volontà che per intimo slancio, produce distacco e formalismo e sfocia nella freddezza.


Eros e Agape: unione d’amore virtuosa

Se l’eros senza agape è un corpo senz’anima, l’agape senza eros è un’anima senza corpo. L’amore vero e integrale è invece una perla racchiusa dentro due valve ugualmente importanti.

«Non si possono separare queste due dimensioni dell’amore senza distruggerlo, così come non si possono separare tra loro idrogeno e ossigeno senza privarsi dell’acqua».[1]

Senza l’aspetto passionale l’amore viene umiliato, senza l’aspetto donativo viene mutilato, ma con entrambi gli aspetti l’amore viene trasfigurato.

Un Eros ripiegato su sé stesso non riesce mai ad appagare il desiderio.

Ma un’Agape senza desiderio non riesce a scendere nella carne, quindi rimane un amore astratto.

Amore caritatevole

l'amore maturo di coppia tra agape e eros

L’amore maturo di una coppia di sposi è basato sulla carità e sul perdono reciproci

La cerniera tra eros ed agape è la virtù della carità, una virtù che dona ampiezza e profonda commozione all’esperienza amorosa. La carità concretamente si manifesta attraverso il perdono, sia della propria esperienza che di quella del prossimo, anche se porta con sé il sacrificio, termine oggi molto poco di moda.[2]

Il sacrificio rappresenta una grande esperienza d’amore nei confronti dell’altro, il dono di sé in favore di un altro essere umano. Non si tratta di cambiare il prossimo, ma di amarlo e di accoglierlo così com’è.

E si tratta  di permettergli di amarmi a sua volta così come sono. Ma questo è un passaggio difficile, perchè di solito vogliamo essere amati in quanto amabili.

Anche io posso amarmi così come sono! Accettandomi con tutti i miei limiti, anche se proverò a cambiare ciò che è poco utile o dannoso alla realizzazione del progetto di vita, proverò a concentrarmi su ciò che dona senso alla vita.

Il nostro Counseling Essenziale si pone come obiettivo la ricerca di senso e la valorizzazione armonica dei diversi tipi di amore. Sperimenta un primo colloquio gratuito.

Counseling Essenziale per progetti collegati ad obiettivi e valori

Il ruolo del corpo

Per terminare una breve riflessione sul ruolo della corporeità:

cos'è davvero l'amore che si esprime anche con il corpo tra eros e agape

Toccare il corpo è entrare nell’io sacro dell’altro

Entrarci in modo disattento, maldestro o violento rappresenta una grave dissacrazione, come ricorda anche S. Paolo:

«…non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio, e che non appartenete a voi stessi?» (1Cor 6,19).

Anche la corporeità è fondamentale per collocare la persona all’interno di relazioni feconde, ed è proprio attraverso di essa che sia i bambini che gli adulti possono respirare le virtù e crescere nell’amore rispettoso e fecondo.

[1] Cantalamessa R., Eros e agape Le due facce dell’amore umano e cristiano, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2011.

[2] Recalcati M., Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina, Milano, 2017.

2 commenti
    • Fabrizio
      Fabrizio dice:

      Ciao Girolamo, mi dici che è molto difficile vivere con equilibrio agape ed eros. In realtà è molto più facile di quello che sembra, per esempio si potrebbe partire dalla scelta settimanale di sostituire una situazione alla quale teniamo dominata dall’io con il tu. Promuovendo l’altro in realtà stiamo promuovendo noi stessi!
      Ne parlo e lo insegno nel percorso Agape, una settimana dio vita che cambia la vita.

      Rispondi

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    • Fabrizio
      Fabrizio dice:

      Ciao Girolamo, mi dici che è molto difficile vivere con equilibrio agape ed eros. In realtà è molto più facile di quello che sembra, per esempio si potrebbe partire dalla scelta settimanale di sostituire una situazione alla quale teniamo dominata dall’io con il tu. Promuovendo l’altro in realtà stiamo promuovendo noi stessi!
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progettare con obiettivi uniti ai valori

Progetti obiettivi e valori: realizzare solo ciò che vale la pena…

progetti obiettivi valori

Progetti, obiettivi e valori rappresentano una triade di istanze esistenziali e motivazionali strettamente connesse. Durante i nostri percorsi di Counseling Essenziale ®, la cui finalità è promuovere progetti che diano senso alla vita, abbiamo verificato che gli obiettivi devono coinvolgere anche i principi della persona.

Infatti se è vero che per progettare occorre avere obiettivi chiaro da raggiungere, è altrettanto vero che se si cerca di raggiungerli scollegandoli dai valori il successo ottenuto non porta alla felicità, anzi produce insoddisfazione e vuoto interiore.

Allora ci si costringe a nuovi progetti, a nuovi obiettivi, in un turbine di attivismo che, come in un circolo vizioso, finisce per rendere la persona sempre più affaticata e scoraggiata.


I buoni progetti

Abbiamo visto che progetti, obiettivi e valori sono strettamente collegati. Iniziamo a parlare dei progetti. Progettare è una parola complessa che può essere scomposta in “gettare in avanti per”.

progettare partendo da un buon obiettivo legato ai valori

Per progettare occorre valutare correttamente tutti gli elementi

Per gettarsi in avanti in modo coerente è necessario attivare contemporaneamente tre processi mentali: un processo creativo per immaginare l’obiettivo, un processo valutativo per verificare se l’obiettivo è congruente con i propri principi e valori e un processo strategico per pianificare le azioni necessarie per raggiunge l’obiettivo.

In molti progetti di vita si tende sovente a saltare uno o più passaggi. Magari è capitato anche te di sognare un obiettivo ma poi di perseguirlo senza metodo, oppure senza verificare la sua congruenza con i principi valoriali. Inoltre per essere realizzabile l’obiettivo deve poggiare su un corretto esame di realtà, cioè dev’essere realistico e portato avanti attraverso azioni logiche e consequenziali.

E se obiettivi, azioni e valori non coincidono?

Quando nella nostra vita obiettivi, azioni e valori non sono coincisi abbiamo finito per provare un vuoto interiore che ha alimentato la mancanza di senso unita ad una profonda inquietudine.

progetti senza obiettivi e senza valori

Occorre progettare scegliendo un buon obiettivo che non vada conto altre persone

Può anche essere capitato che abbiamo progettato non “per qualcosa o qualcuno” ma “contro qualcosa o qualcuno”, magari sotto la tensione della paura o dell’odio. Però se si inizia nella paura si finisce nella paura. E se si inizia nell’odio si finisce nell’odio.

Se si parte senza valori si termina nell’angoscia.

Invece quando si opera con un occhio ai valori e uno ai talenti si progetta in modo virtuoso, si sta bene con sé stessi e ci si trasforma in testimoni di bene.

Tommaso d’Aquino sosteneva che ogni persona è naturalmente orientata al bene, anche se a volte può dis-orientarsi rispetto al progetto originale.

Forse anche noi ci siamo distaccati un po’ dal nostro progetto originale?


Obiettivi e valori

Parliamo ora di obiettivi e valori e scopriamo meglio le differenze tra i due termini.

Un obiettivo è un risultato temporaneo che si desidera raggiungere e completare (es. voglio laurearmi, voglio diventare dirigente, voglio essere più ascoltata da mio marito/compagno, voglio fondare un’associazione, voglio guadagnare di più…). Più l’obiettivo è chiaro e ben definito più si hanno probabilità di raggiungerlo, ma una volta raggiunto non ha più senso perseguirlo e se ne cerca un altro.

L’obiettivo è una direzione temporanea, e rappresenta ciò che si ritiene utile in un determinato momento.

Porta la persona a concentrarsi molto su sé stessa e si può correre facilmente il rischio di utilizzare gli altri in modo strumentale pur di raggiungere l’obiettivo prefissato.

Il valore è invece una direzione che dura nel tempo, spesso tutta la vita, e rappresenta ciò per cui vale la pena vivere e lottare.

Progetti obiettivi e valori sono collegati e producono felicità

Scegliere un buon obiettivo collegato ai valori produce felicità

Induce la persona a decentrarsi da sé stessa e a guardare verso l’altro, tanto che per un grande valore si è disposti ad offrire la propria vita.

Ecco alcuni valori assai comuni: tengo alla famiglia, all’onestà, al rispetto, all’amicizia, alla fedeltà, ecc.

Quindi abbiamo visto che l’obiettivo è generalmente autocentrato e risponde al principio del piacere, invece il valore è decentrato e risponde al principio del bene maggiore. Esistono anche valori sociali definiti da regole che confluiscono nelle leggi.

Un esempio di obiettivo senza valori

Facciamo un esempio: per me il rispetto è tutto e voglio di guadagnare molto denaro perché mi piace viaggiare. Ne consegue che per me il rispetto è un valore, il viaggio è un obiettivo e il denaro è un mezzo per realizzare l’obiettivo.

Se per giungere a guadagnare molto calunnio oppure frodo altre persone contravvengo sia il valore morale del rispetto che la legge umana che vieta e sanziona sia la calunnia che la frode. Quindi anche se il mio comportamento raggiunge l’obiettivo di viaggiare grazie al denaro guadagnato con la frode e la calunnia alla fine non sarò davvero felice.

Che progetti facciamo?

È possibile che anche noi in alcune occasioni siamo stati disposti ad andare avanti per la nostra strada senza porci troppe domande, creando una sorta di scissione tra principi e azioni, magari offrendoci un sacco di giustificazioni rispetto a comportamenti che dentro di noi sentivamo sbagliati.

Attraverso la razionalizzazione abbiamo soffocato il fastidio rispetto a comportamenti che in fondo sapevamo essere sbagliati. Abbiamo annullato ciò che in psicologia viene definita “dissonanza”.

Forse abbiamo rinunciato a progettare?

Ma è anche possibile che per paura di sbagliare o di osare, ci siamo negati esperienze che avrebbero potuto farci bene. Ci siamo negati di progettare perché avevamo paura di sognare e di sperare: c’era la possibilità di rimanere fregati anche questa volta!

L’eccesso di scrupoli e la rinuncia possono averci inariditi e resi incapaci sia di amare, che di amarci e di lasciarci amare. Avendo rinunciato a metterci alla prova non abbiamo potuto lasciare spazio ai valori ed esercitare le virtù, in particolare la virtù della temperanza, che è l’orientamento comportamentale verso il bene che spinge la volontà personale verso i valori.

Il percorso di Counseling Essenziale  aiuta ad imparare modalità utili per vivere una vita migliore. Aiuta a realizzare progetti scegliendo obiettivi collegati ai valori. Aiuta a raggiungere pienezza e felicità.

Counseling Essenziale per progetti collegati ad obiettivi e valori

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counseling conteso
Protesta counseling conteso

Un muro di incomprensioni tra counselor e psicologi

Attorno al counseling esiste una questione irrisolta su chi può praticarlo: oggi il counseling è conteso tra counselor e psicologi.

Gli psicologi ritengono il counseling un atto tipico ed esclusivo della loro professione

Lo psicologo è preparato per svolgere una professione sanitaria volta alla “salute mentale” in tutte le sue forme, dalla prevenzione primaria alla terapia, con esclusione della psico-farmacologia che spetta allo psichiatra.

Eppure oggi deve sgomitare nelle pieghe di un contesto socio-sanitario che colpevolmente sottovaluta la sua professionalità e non istituisce servizi di base seri volti alla prevenzione primaria.

Per giungere a fare lo psicologo occorre studiare 5 anni e prendere una laurea magistrale in psicologia. Poi un anno di tirocinio e un esame di stato, recentemente semplificato, per raggiungere l’agognata abilitazione professionale: occorrono circa 7 anni dall’inizio degli studi universitari. Finalmente nel 2021 è stata riconosciuto il percorso di laurea professionalizzante anche per gli psicologi, ovvero chi si iscriverà a partire dal 2022 ad una facoltà universitaria di Psicologia ingloberà nei 5 anni successivi anche il tirocinio e giungerà alla laurea magistrale senza dover più sostenere l’esame di stato.

counseling è conteso tra counselor e psicologi

Lo psicologo è orientato alla patologia e alla salute, il counselor all’obiettivo e al benessere

Ma dopo tutti questi anni, densi di teorie ma davvero troppo carenti di pratica, lo psicologo non possiede competenza nel colloquio psicoterapeutico, si limita al colloquio diagnostico, quindi a molti non rimane che iscriversi ad una costosissima scuola di psicoterapia, che dura altri 4 anni.

Finalmente dopo 11 anni lo psicologo, che ormai ha studiato quanto uno psichiatra, è psicoterapeuta, quindi è prontissimo anche per fare counseling…

In teoria si, in pratica no…

Infatti è stato formato per fare lo psicoterapeuta non il counselor, è un super-psicologo, possiede una forma mentis orientata alla psicopatologia, dalla diagnosi alla terapia, mentre il counseling presuppone una forma mentis opposta.

Un Counseling conteso tra counselor e psicologi non ha senso

Per il counselor la persona/cliente è fondamentalmente sana e capace, ha semplicemente bisogno di essere affiancata per brevi tratti di vita per raggiungere obiettivi già alla sua portata, non ha necessita di una ristrutturazione di personalità.

Qualora il counselor incontrasse una persona con risorse personali insufficienti per svolgere un percorso di counseling è chiamato a proporre alla persona un percorso diverso, cioè un invio ad altro professionista della salute mentale. Noi lo facciamo regolarmente quando è necessario, si tratta di un processo valutativo indiretto, che non termina mai con una diagnosi (atto tipico dello psicologo/psichiatra) ma che poggia sulla constatazione che la persona non riesce a procedere come previsto.

Quindi ha poco senso un counseling conteso tra counselor e psicologi, sarebbe più utile una sana alleanza…

Per fare del buon counseling occorre possedere una mentalità orientata al benessere e alla valorizzazione delle risorse presenti anziché alla patologia e alla personalità da ristrutturare.

Per questo non stupisce incontrare anche qualche psicologo che frequenta dei corsi di counseling.


Come si diventa counselor

I percorsi di formazione dei counselor italiani seguono programmi e numero di ore identici alle altre scuole europee, dove tale figura professionale collabora con gli psicologi ed è vista come risorsa anche dalle istituzioni pubbliche.

Durante la formazione di un counselor vengono alternate lezioni teoriche, spesso tenute da psicologi, psicoterapeuti e psichiatri, che offrono elementi base di psicologia, antropologia, sociologia, etica e filosofia, unite a moltissime lezioni pratiche, dove si sperimentano, attraverso simulazioni pratiche in aula (role playing) differenti tecniche di colloquio. Occorrono minimo 950 ore di studio.

Inoltre prima del diploma si è obbligati a svolgere minimo 250 ore di tirocinio, comprendenti almeno 50 colloqui di counseling in ambiti differenti da trascrivere integralmente e poi sottoporre a supervisione. Durante la supervisione vengono messe in evidenza eventuali carenze e fragilità del counselor, che viene portato a compiere un ampio lavoro di conoscenza di Sè (accedendo eventualmente anche ad un percorso di psicoterapia) prima di iniziare la professione.

Infine c’è la stesura di una tesi su un tema che dev’essere attinente e deve incorporare anche stralci dei colloqui supervisionati effettuati in precedenza.

Le tesi dei counselor di Ascolti di Vita hanno avuto i seguenti argomenti:


Il counselor ha molta esperienza nel colloquio empatico

Un aspetto fondamentale di ogni percorso serio di counseling è la pratica nel colloquio unita al confronto costante con il supervisore: solo così si impara davvero a conoscere meglio Sè stessi e a gestire le difficoltà e sfumature che emergono successivamente nei colloqui professionali.

Il counselor si è formato attraverso percorsi  professionalizzanti che durano 3-4 anni a seconda delle scuole, svolgendo almeno 50 colloqui supervisionati.

counseling essenziale conteso tra counselor e psicologi

Il counselor effettua una formazione teorico-pratica professionalizzante rivolta a persone con risorse sufficienti

Ma soprattutto nel futuro counselor viene inculcata una precisa forma mentis: la persona da aiutare dev’essere in grado di aiutarsi, cioè deve possedere le risorse necessarie per svolgere il lavoro utile a raggiungere l’obiettivo scelto.

Un obiettivo che parte dal qui e ora e si proietta nel futuro, attraverso un processo che si può definire “psico costruttivo”.

Se la persona accompagnata continua ad arenarsi e a concentrarsi prevalentemente sul passato, il counselor, come già ricordato, senza permettersi di compiere alcun processo diagnostico che non gli compete, costatata l’impossibilità di procedere con il percorso e propone al cliente di rivolgersi ad altro professionista effettuando un invio, solitamente ad uno psicoterapeuta o ad uno psichiatra.

Il counselor è un consulente relazionale orientato al benessere, lo psicologo e lo psichiatra sono professionisti della salute mentale volti alla diagnosi e alla terapia psicologica e psico-farmacologica.

Le differenze di competenza e di ambito di intervento sono palesi, e un counseling conteso tra counselor e psicologi ha davvero poco senso.

Eppure l’Ordine degli psicologi si oppone da tempo ad ogni tentativo di regolamentazione della professione di counselor da parte dello Stato italiano, gli psicologi non desiderano che il counseling venga inserito in percorsi istituzionalizzati come avviene in altre nazioni.


Regolamentazione e controllo dei counselor

Non potendo fare in altro modo, oggi per i counselor italiani vigono autoregolamentazione e controllo volontari, operati da associazioni che garantiscono che i loro associati seguano programmi allineati con quelli delle altre scuole europee e svolgano aggiornamenti costanti obbligatori.

counseling è conteso tra counselor e psicologi

L’organismo dove sono iscritti i counselors di Ascolti di Vita

Le associazioni di counseling (due tra le più importanti sono Assocounseling e CNCP) cercano di battersi nelle sedi opportune per ottenere il riconoscimento legale dei percorsi formativi da parte dello Stato.

Oggi la professione di counselor è riconosciuta ma non regolamentata e rientra tra quelle previste dalla legge 13 Gennaio 2013 n°4

Il 30/10/2019 la Camera dei deputati ha approvato una riforma a favore delle libere professioni collegando al counseling anche specifici codici ATECO volti alla corretta emissione delle parcelle.

Il 16/06/2020 si è tenuta a Roma l’ultima riunione di UNI per tentare di  normare la figura professionale del counselor (tavolo tecnico UNI/CT006/GL07), prima sostenuta anche dagli psicologi presenti al tavolo e poi osteggiata dal loro ordine, che addirittura ha erogato provvedimenti disciplinari nei confronti dei loro colleghi colpevoli di aver sostenuto un dialogo istituzionale volto alla normazione del counselor.

Ma di fatto in Italia il counselor, pur essendo legittimato a definirsi tale e a guadagnare attraverso la propria attività, vive la doppia frustrazione di vedersi discriminato sia da parte delle istituzioni che dagli psicologi che, come già spiegato, sono altro da loro. A mio avviso si sprecano unicamente delle opportunità e delle risorse.


Come evitiamo conflitti con gli psicologi

counseling essenziale

Il Counseling Essenziale aiuta a ritrovare sé stessi

I counselor professionisti di Ascolti di Vita hanno creato il “Counseling Essenziale®”, un approccio differente rispetto al counseling psicologico, non si limita al raggiungimento di obiettivi utili ma aiuta a ritrovare sé stessi.

Nel Counseling Essenziale:

  • ci si concentra sui valori,
  • si fanno emergere i bisogni profondi,
  • si guarda al benessere complessivo,
  • si persegue una ridefinizione di senso.

Nel counseling essenziale il vero obiettivo è il Ben-Essere della persona, conseguente alla scelta di obiettivi di vita congruenti con il sistema valoriale.

Scopri di più sull’approccio del nostro Counseling Essenziale® e approfitta del primo colloquio gratuito



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