Coltivare la speranza o la rassegnazione
Quando è lecito sperare e quando è utile lasciare andare
Quando è lecito sperare e quando è utile lasciare andare
Nella vita psicologica della persona, sperare e lasciare andare non sono necessariamente atteggiamenti opposti. Entrambi possono rappresentare risposte sane, a seconda della relazione che abbiamo con la realtà, con i nostri desideri e con ciò che possiamo concretamente modificare.
La questione rilevante non è quindi stabilire se sia sempre meglio sperare oppure arrendersi, ma comprendere quando la speranza sostiene l’azione e quando diventa invece un modo per non accettare la realtà.
La speranza è funzionale quando mantiene aperta una possibilità senza negare i dati della realtà. Permette alla persona di orientarsi verso il futuro, mobilitando motivazione, risorse e capacità di scelta.
In questa prospettiva, la speranza può essere considerata una “virtù psicologica” cioè una disposizione equilibrata a perseguire un bene possibile senza perdere il contatto con ciò che è reale.
Esempio 1: Una donna, dopo la separazione, desidera ricostruire il rapporto con il partner. Lui manifesta però disponibilità concreta al dialogo e alla terapia di coppia. In questo caso sperare non significa negare la crisi, ma riconoscere una possibilità e accompagnarla con comportamenti coerenti: comunicazione, cambiamento personale e disponibilità al confronto. La speranza diventa invece disfunzionale quando viene utilizzata per evitare una perdita o mantenere indefinitamente un investimento emotivo privo di riscontri.
Esempio 2: Un uomo continua da anni ad aspettare che la compagna, che ha già dichiarato di non voler proseguire la relazione, “cambi idea”. Ogni nuovo silenzio viene interpretato come un possibile segnale positivo. Qui la speranza rischia di diventare un eccesso, perché non è più sostenuta dalla realtà ma dalla difficoltà di accettare la perdita.

Trovare una risposta e attivare un comportamento fa parte dell’accettazione
La rassegnazione implica spesso una percezione di impotenza: “Non posso fare nulla, quindi tanto vale smettere di provarci”. Può accompagnarsi a passività, perdita di motivazione e riduzione del senso di efficacia personale.
L’accettazione, invece, è un processo attivo. Significa riconoscere ciò che non possiamo modificare senza trasformare questo riconoscimento in una rinuncia generalizzata alla vita.
Esempio: Una persona perde il lavoro dopo molti anni. Nelle prime settimane può vivere dolore e smarrimento. La rassegnazione porta a pensare: “Ormai non servo più a niente”. L’accettazione permette invece di distinguere ciò che è perduto da ciò che rimane possibile: aggiornare le competenze, cercare nuove opportunità e ridefinire le proprie priorità.
Lasciare andare, quindi, non equivale necessariamente a perdere. Talvolta significa interrompere una lotta sterile per poter nuovamente investire nella propria vita.
La Psicologia Integrale della Persona permette di leggere questo processo considerando la persona nella sua globalità e mettendo in relazione valori, talenti, desideri e bisogni.
Di fronte a una situazione difficile possiamo chiederci:
Esempio: Una donna continua a sperare di ricevere finalmente dal padre l’approvazione che non ha mai ricevuto. Nel percorso terapeutico può emergere che il desiderio di essere riconosciuta è legittimo, ma che il bisogno di sentirsi degna non può dipendere esclusivamente dal comportamento paterno. Il lavoro consiste allora nel separare ciò che si desidera da ciò che si può realisticamente ottenere, valorizzando risorse, relazioni significative e valori personali.
In questa prospettiva, il concetto di virtù può essere utilizzato anche in senso psicologico: una modalità di funzionamento capace di mantenere un equilibrio tra polarità opposte, da diverse parti che convivono in ogni personalità.
La speranza può quindi collocarsi tra due possibili squilibri: da una parte il difetto, rappresentato dalla disperazione o dalla rinuncia prematura; dall’altra l’eccesso, rappresentato dall’illusione, dall’attesa compulsiva o dall’incapacità di accettare ciò che non dipende più da noi.
Esempio: Una persona affronta una malattia cronica. La disperazione può portarla a rinunciare a qualsiasi progetto; l’illusione può spingerla a negare i limiti imposti dalla condizione. Una posizione più equilibrata consiste nel riconoscere la difficoltà, seguire concretamente le indicazioni ricevute e, contemporaneamente, continuare a coltivare relazioni, interessi e progetti compatibili con la propria situazione.
La virtù, in questo senso, non coincide con il “pensare positivo”, ma con la capacità di mantenere una risposta proporzionata alla realtà attivando contemporaneamente la fortezza, il coraggio e la speranza.
Una domanda significativa può essere: “Sto continuando a sperare perché esiste ancora una possibilità reale oppure perché faccio fatica ad accettare una perdita?”
Lasciare andare può diventare necessario quando una situazione consuma stabilmente energie, compromette il benessere psicologico, richiede di negare continuamente la realtà o impedisce di orientarsi verso nuove possibilità.
Esempio: Un uomo continua a investire tempo e denaro in un progetto professionale ormai insostenibile, nonostante dati oggettivi e ripetuti indichino che non è più realizzabile. Lasciare andare quel progetto non significa dichiararsi incapace: può significare riconoscere il limite, elaborare la perdita e utilizzare le proprie competenze in una direzione diversa.
In questo senso, lasciare andare non è il contrario della speranza. Può essere il passaggio necessario per trasferire la speranza da ciò che non possiamo più controllare a ciò che possiamo ancora costruire.
La maturità psicologica non consiste nel non perdere mai la speranza, ma nel saper discernere che cosa merita ancora il nostro investimento e che cosa invece dobbiamo imparare ad accettare e lasciare andare, soprattutto attraverso la distinzione tra desiderio e possibilità reale, che e resa possibile dalla conoscenza della propria Carta di Identità Esistenziale, il modello clinico esclusivo ideato dallo psicologo Fabrizio Penna. Vuoi scoprirlo anche tu?
È psicologo, counselor professionista e mediatore familiare. Fa parte del direttivo dell’Associazione di Psicologia Cattolica e ha co-fondato l’associazione non profit Famiglia della Luce con Camilla.
Per molti anni è stato giornalista e formatore nel settore eno-agro-alimentare, ha collaborato con numerose testate e diretto un quotidiano online. Ha inoltre scritto libri di enogastronomia, antropologia culturale e psicologia.
Oggi si dedica alla relazione d’aiuto con l’accompagnamento di singoli e coppie unito alla formazione relazionale dei gruppi nelle imprese profit e non profit.


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