Il ciclo vitale della famiglia
Anche le famiglie hanno un ciclo vitale: scopri in quale fase si colloca la tua famiglia!
Anche le famiglie hanno un ciclo vitale: scopri in quale fase si colloca la tua famiglia!
Anche le famiglie hanno un loro ciclo vitale, proprio come i singoli individui che le compongono. Nasciamo e moriamo dentro una famiglia che vive prima di noi e vivrà dopo di noi, il cammino dell’ereditarietà non è solo genetica ma anche fonte di valori e tradizioni.
Il lavoro di Erik Erikson (1902- 1994) è stato quello di agire sull’individuo ricollocandolo dentro la famiglia in modo da segnare un nuovo futuro. L’assioma di partenza è che quando una persona chiede aiuto ad un clinico è un soggetto che sta dentro una famiglia e sta vivendo un suo momento del ciclo vitale. È necessario non tanto agire sul sintomo presentato ma lavorare sulla famiglia e sui suoi compiti evolutivi, così da farla transitare verso una nuova fase, la famiglia infatti sta come in una fase di stallo, di blocco evolutivo, ed il sintomo che il soggetto porta rimanda proprio a questo blocco.
Vediamo le 4 fasi della famiglia:

Nel corteggiamento ci si proietta verso l’altro
Crescere è sentire insufficiente l’orizzonte affettivo offerto dai propri genitori, attirati dal rapporto con i pari considerato più stimolante. Rompere una coalizione mortifera significa certe volte permettere che l’angoscia invada la famiglia, avendo però finalmente la propria separazione ed individuazione, anche se per evitare questa angoscia spesso molti adolescenti si sacrificano non svincolandosi mai dalle loro famiglie. Anche molti genitori si sacrificano tenendo legati ad essi i loro figli per un “eccesso di protezione“, che maschera sempre dei propri irrisolti. In entrambi i casi vengono messi in atto, più o meno consciamente, dei veti incrociati e il corteggiamento non parte, oppure avviene parzialmente e non riesce ad esprimersi donandosi nella nuova relazione, c’è troppa paura di lasciare il nido e iniziare a spiccare il volo.

La vita di coppia obbliga ad integrare le rispettive storie
Sposarsi significa che l’intimità entra nella socialità, ci si sposa e si entra come coppia nel gruppo. Non tutti si sposano, molti optano per la convivenza mettendosi in uno stato di prova di durata indefinita. Convivere è monitore sempre l’altro, tenendo sempre il polso del grado di felicità sperimentata, inoltre si spera che rimanendo nell’incertezza questo sarà di stimolo ad impegnarsi di più nel donare felicità. Lo stato di convivenza permette di maturare pian piano, di non affrontate lo stress di quei repentini cambi di status che il matrimonio invece implica.
I pionieri della terapia familiare sostengono che la coppia deve stabilire le proprie regole mutando materiale dalle famiglie di origine, affrontando forse anche una sorta di lutto perché diventare sposi significa perdere lo status di fidanzati. Si creano consuetudini e si rispettano le individualità, un lavoro contrattuale che implica un notevole dispendio di energia. La realtà coniugale e la convivenza stabile sono un materiale molto fluido, creato costantemente dal lavoro di entrambi i partner.
Lo psichiatra e psicologo Otto Kemberg sostiene che l’amore maturo è alimentato da una dose anche di aggressività, che viene contenuta quando la tenerezza riesce ad avere la prevalenza sull’odio reciproco che fa leva sulle diversità.

Dall’odio strutturale di coppia nascono opportunità per nuovi equilibri
L’antropologa e psicologa Helene Fischer (1945-) ribadisce l’esistenza di un “odio strutturale nella coppia”, però odiare l’altro solo perché diverso è pericoloso ed impedisce di cogliere la diversità come risorsa, per esempio è proprio attraverso la diversità che si può generare e procreare. I matrimoni o le convivenze stabili riuscite sono tolleranza e valorizzazione delle differenze.
Anche lo psichiatra Glen O. Gabbard (1949-) sostiene che in amore c’è un’alternanza tra “posizione depressiva e posizione schizoparanoide“, cioè tra due polarità opposte, in questo modo l’amore ha brio, è sempre instabile, con momenti di serenità alternati ad altri di “identificazione introiettiva” (porto dentro parti dell’altro e le faccio mie) e di “identificazione proiettiva” (porto fuori parti di me e le attribuisco all’altro).

La nascita dei figli trasforma la coppia in genitori: un passaggio non scontato
L’arrivo di un bambino implica la nascita dei ruoli di padre, madre, nonni, zii. Il matrimonio o la convivenza stabile possono essere solidificati dalla nascita oppure messi in crisi. La nascita crea un quadro trigenerazionale di nonni-genitori-figli, la figura di essere sposi passa in secondo piano rispetto a quella di essere genitori, ma le due funzioni genitoriale e coniugale devono rimanere sempre vive.
Essere genitori comporta fare i conti con l’appartenenza alle famiglie di origine e con i modelli culturali in esse appresi, alcuni considerati riproponibili, altri da tenere alla larga. Il figlio cresce con gioie e preoccupazioni, il tutto con una certa serenità se il tessuto genitoriale gode di buona salute.
L’adolescenza rompe l’equilibrio, il figlio comincia ad individuarsi in un rapporto a volte anche conflittuale con i genitori non più idealizzati, anzi sovente svalutati. Intanto i genitori hanno raggiunto l’età di mezzo con le relative difficoltà, si ritrovano genitori anziani che cominciano ad avere bisogni che prima non si presentavano. Non mancano le gioie anche in questa fase, anche se il processo vede l’impegno a superare il lutto per la “perdita della psiche e del corpo del bambino” ormai cresciuto, unita alla “perdita funzionale o affettiva” dei nonni.

I figli cercano lo svincolo e provano a far tacere i genitori
I figli diventano giovani adulti, i genitori ora non sono più necessari come prima, per cui possono ritrovarsi come coniugi o conviventi ben rodati. Il figlio è impegnato su alcuni fronti di autonomia: il lavoro oppure la specializzazione nello studio, la dimensione sociale dell’appartenenza a dei gruppi, l’impegno sentimentale in una relazione. I genitori si ritrovano con la “sindrome del nido vuoto”, che può essere vissuta anche come un tempo per ritrovarsi e riscoprirsi come coppia. Però se si è stati insieme solo perché si avevano figli da accudire il momento può risultare molto faticoso, fino a rendere difficile lo svincolo dei figli. La coppia affiatata riesce invece ad aprirsi al futuro sperando di poter entrare in nuovi ruoli, diventare suoceri e magari nonni.
È psicologo, counselor professionista e mediatore familiare. Fa parte del direttivo dell’Associazione di Psicologia Cattolica e ha co-fondato l’associazione non profit Famiglia della Luce con Camilla.
Per molti anni è stato giornalista e formatore nel settore eno-agro-alimentare, ha collaborato con numerose testate e diretto un quotidiano online. Ha inoltre scritto libri di enogastronomia, antropologia culturale e psicologia.
Oggi si dedica alla relazione d’aiuto con l’accompagnamento di singoli e coppie unito alla formazione relazionale dei gruppi nelle imprese profit e non profit.
Ulteriori info:
335348467 risponde il Dott. Fabrizio Penna – Psicologo e Mediatore Famigliare




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