La dipendenza affettiva patologica: riconoscerla e curarla
Una modalità relazionale gravemente disfunzionale che interessa molte relazioni
Una modalità relazionale gravemente disfunzionale che interessa molte relazioni
La Dipendenza Affettiva Patologica (DAP) è una modalità relazionale nella quale una persona sembra avere un legame apparentemente irrinunciabile, privo di confini, ossessivo, verso un partner problematico, poco o per niente disponibile, fragile o maltrattante a livello psicologico, e/o emotivo, e/o fisico, e/o sessuale e/o economico.
Anche se la relazione genera sofferenza (più o meno conscia) e rischia di compromettere la salute fisica e psico-emotiva, con derive negative in ambito sociale, famigliare e lavorativo, la persona non riesce a interrompere la relazione, oppure non riesce a tollerare che sia l’altro a farlo.
In una condizione di dipendenza affettiva pur di mantenere la relazione patologica viene meno la soddisfazione di alcuni bisogni fondamentali come la sicurezza, l’autostima, il rispetto, la realizzazione di sé, con importanti conseguenze negative sul benessere personale e sociale.

L’ambivalenza affettiva è uno dei primi segnali della dipendenza affettiva
Nella Dipendenza Affettiva Patologica si vive una forte ambivalenza, un “vorrei ma non posso”, un potente conflitto nevrotico tra la necessità di uscire da una relazione tossica e l’impossibilità di farlo, inoltre, anche se la relazione presenta manipolazioni e violenze a livello fisico o psico-emotivo, la persona nutre la speranza illusoria di cambiamenti importanti grazie alla propria capacità di salvare o cambiare l’altra persona. Quindi si tratta di una situazione molto penosa sia per chi la vive che per chi la subisce, infatti a volte la vittima tende a rivestire un ruolo da salvatore/salvatrice così attivo da finire con il trasformarsi in carnefice.
Lo scopo del Dipendente Affettivo Patologico è garantirsi la vicinanza dell’altro, rendersi necessari o amabili dall’altra persona, verso la quale si sviluppa una vera e propria ossessione. È anche possibile che in una coppia entrambi i partner siano Dipendenti Affettivi Patologici, in questo caso i ricatti incrociati rendono la situazione ancora più complessa, perché il vero dipendente affettivo inizialmente desidera accudire ma non essere accudito, anzi le persone particolarmente accudenti in un primo momento lo opprimono e vengono descritte come noiose.
Per raggiungere i suoi scopi, il Dipendente Affettivo tipico mette in atto una serie di strategie e comportamenti disfunzionali:
Il DAP recita il ruolo di buono che solitamente corrisponde a ciò che il partner vorrebbe. È molto abile nel compiacere e inizialmente fa emergere solo le qualità desiderate dal compagno. Assume spesso il ruolo di supereroe o di crocerossina, diviene un abile aiutante sempre disponile, in grado di accettare tutto e perdonare sempre. Questa recita è funzionale al bisogno di contare per il partner e quindi garantirsi la sua vicinanza.
Quando il DAP si sente eccessivamente sotto pressione passa nello stato di vittima e inizia ad esprimere i propri bisogni in modo lamentoso anziché assertivo con il partner, che il più delle volte non intende assolutamente rinunciare ai vantaggi ricevuti fino a quel momento e ricambiare in qualche modo.
Di fronte al rifiuto del partner di accondiscendere ai propri bisogni le richieste potrebbero divenire più intense e pesanti, fino a giungere a risposte aggressivo-passive, oppure smaccatamente aggressive e violente. A quel punto il DAP, oppure il suo partner, potrebbero decidere di interrompere la relazione o minacciare di farlo. Ma dinanzi alla prossimità della separazione, a causa del dolore provato il Dipendente Affettivo Patologico potrebbe ricercare nuovamente la relazione, sentendosi però in trappola, valutandosi come incapace e dipendente, debole e pieno di vergogna.

La Dipendenza Affettiva Patologica è una condizione complessa che poggia su più aspetti
La Dipendenza Affettiva Patologica è un costrutto recente, non ancora riconosciuto dai sistemi diagnostici nosografici ufficiali, ma un contributo importante è giunto da un articolo pubblicato nel 2019 degli psicologi Francesco Mancini, Angelo Pugliese ed Erica Saliani, che ha fornito una cornice di matrice cognitiva al disturbo sulla quale basare un protocollo terapeutico. Emerge che la Dipendenza Affettiva Patologica (DAP) si configura come un disturbo trans-diagnostico, con sintomatologia potenzialmente rintracciabile in diverse personalità, non tutte necessariamente patologiche secondo i criteri diagnostici attuali.
Esistono comunque sovrapposizioni con altre patologie come:
La Dipendenza Affettiva Patologica DAP è sostenuta da un conflitto tra scopi, dove emerge:

L’ambivalenza e l’incapacità di scegliere sono effetti tipici della dipendenza affettiva
Solitamente il conflitto non viene quasi mai affrontato alla radice, ma si cerca di risolverlo ricercando nuovamente la stessa relazione disfunzionale, oppure una simile, fantasticando eventuali cambiamenti nell’altro che il più delle volte non avvengono. Di fatto il DAP vive un forte conflitto intrapsichico, che si risolve facendo leva sulla massima: “meglio poco oggi che molto domani“.
Quindi meglio un bene minore immediato (restare nella relazione per evitare sentimenti ancora più intollerabili del malessere generato dalla relazione stessa), rispetto ad un bene maggiore dilazionato nel tempo (uscire dalla relazione per recuperare benessere e indipendenza). Ma la soluzione di ridurre il dolore nel breve termine ritornando nella relazione aumenta nel lungo periodo la sensazione di dipendenza e di sconforto rispetto alle proprie capacità di gestione della sofferenza. È un circolo vizioso!
Si parte da uno STADIO ZERO, che corrisponde all’illusione romantica, dove il partner viene idealizzato e si fa di tutto per compiacerlo per vivere momenti felici. Poi però nella relazione cominciano ad emergere alcuni problemi e costi eccessivi e si entra nel:
1° STADIO: la persona non riesce a vedere il conflitto, anche se cominciano a crearsi i primi problemi con i relativi costi, ma per il dipendente affettivo non è un problema stare nella relazione. Solo un osservatore esterno, un professionista, un amico o un familiare, si accorgono che la relazione è insostenibile e non comprendono come quelle persone facciano a rimanere insieme. Nel dipendente affettivo c’è un fermo convincimento di non intervenire sulla relazione, perché secondo i propri valori (es. religiosi, culturali) ritiene che i vantaggi nel restare siano maggiori rispetto ad uscire. Frase tipica è “perché mi chiedi se va tutto bene? Tranquilli, è tutto ok!”.
2° STADIO: la persona oscilla tra due stati mentali contrapposti. Una volta dice “è finita non voglio più stare con lui/lei” e la volta successiva, dimenticandosi di quella precedente, dice “è la persona della mia vita, sto bene con lui/lei” e tende a ritornare allo stadio zero. Si passa da una valutazione positiva rispetto allo scopo di tornare a star bene ponendo fine alla relazione tossica, ad una valutazione negativa rispetto ad altri scopi, come perdere una guida esclusiva, il sostegno economico e l’amore del proprio partner. È possibile che si passi da una condotta all’altra, favorendo da una parte l’uscita dalla relazione e dall’altra facendo di tutto per evitarla, senza riuscire a integrare in maniera coerente i due stati mentali. Per smettere di soffrire la persona minaccia la separazione oppure si separa effettivamente, ma ben presto il dolore della perdita diventa inaccettabile, terrifico, e costringe la persona a rintanarsi nuovamente nella relazione patologica o addirittura sceglierne un’altra con caratteristiche simili.
3° STADIO: la persona oscilla all’interno dello stesso stato mentale e dice “sto male con lui/lei, ma sto anche male anche senza di lui/lei”, di fatto si verifica una sovrapposizione di scopi tra loro molto diversi come il volersi separare (per il malessere provato) e il volere a tutti i costi stare nella relazione (per non rimanere da soli e rimanere senza scopo nella vita).

Si può vivere sia rassegnazione che rabbia con possibilità di agiti violenti
Le persone che si trovano nel 2° e nel 3° stadio sono tormentate da “conflitti egodistonici“. Quando vivono la rassegnazione possono soffrire di insonnia, depressione, attacchi di ansia o panico, con conseguenze anche gravi sulla qualità della vita. Se invece vivono la rabbia possono emergere manifestazioni di aggressività che possono portare la persona a mettere anche in atto condotte violente, come lo stalking, il suicidio, l’omicidio o l’omicidio-suicidio.
Il primo passaggio è aiutare la persona a diventare consapevole del circolo vizioso nel quale si trova, senza spaventare ma anche senza minimizzare. La lettura di questo articolo potrebbe aiutare a riconoscersi e ad attuare il passaggio successivo.
Il secondo passaggio potrebbe essere quello di effettuare un test online gratuito e anonimo: tra i migliori questo
Il terzo passaggio è affidarsi a seri professionisti formati sulle dipendenze affettive e sulle loro conseguenze. Possono essere messe in atto psicoterapie individuali magari integrate con la partecipazione a gruppi di mutuo aiuto. Tra i centri di eccellenza che mi sento di consigliare c’è DipendiAmo che ha sede a Bergamo e forma anche terapeuti esperti.
Quando sono presenti comportamenti violenti in ogni forma (psicologica, emotiva, economica, fisica, sessuale, stalking) puoi contattare lo staff di Progetto Adamo, dove abbiamo programmi specifici per affrontate la violenza nelle relazioni affettive.
È psicologo, counselor professionista e mediatore familiare. Fa parte del direttivo dell’Associazione di Psicologia Cattolica e ha co-fondato l’associazione non profit Famiglia della Luce con Camilla.
Per molti anni è stato giornalista e formatore nel settore eno-agro-alimentare, ha collaborato con numerose testate e diretto un quotidiano online. Ha inoltre scritto libri di enogastronomia, antropologia culturale e psicologia.
Oggi si dedica alla relazione d’aiuto con l’accompagnamento di singoli e coppie unito alla formazione relazionale dei gruppi nelle imprese profit e non profit.




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