La morte rimossa, spettacolarizzata o desiderata…

Scriveva Blaise Pascal: «Gli uomini, non avendo nessun rimedio contro la morte, la miseria e l’ignoranza, hanno stabilito, per essere felici, di non pensarci mai». Proprio come per molti che fino a ieri di morte, tra un viaggio intercontinentale e una riunione strategica,  non volevano proprio sentir parlare, un evento troppo lontano per prenderlo in considerazione seriamente. Poi è arrivata la pandemia di covid 19 e non abbiamo più potuto far finta di niente. Almeno non troppo…
Qualcosa è sfuggito di mano: la medicina può molto ma non tutto, nel presente si muore ancora, oggi più di qualche mese fa.
Ci voleva “un’entità biologica di tipo parassitario” come il coronavirus per costringerci a fermarci e per iniziare ad affrontare il disagio della solitudine e la paura della morte. Una morte che a volte è rimossa, a volte spettacolarizzata, altre volte desiderata, raramente correttamente collocata.

Il lutto è oggi un’esperienza che si vive sempre più da soli


La morte nell’attuale società post-moderna

La società post-moderna attuale ha promosso da una parte il relativismo, il soggettivismo e l’edonismo, dall’altra ha raggiunto traguardi impensabili nelle scienze e nella tecnica, con un conseguente delirio di onnipotenza. La vita si è allungata e si è affermato il giovanilismo, con l’illusione di una vita senza termine. È importante ciò che appare, è da evitare ogni riferimento alla trascendenza, occorre essere sempre in forma, occorre perseguire l’efficienza ad ogni costo. Culturalmente la morte è diventata il vero tabù dell’umanità odierna. Da qui tre realtà drammatiche del nostro tempo:

La morte rimossa

La morte è ridotta ad un fatto tecnico, viene il più possibile ospedalizzata per tenerla lontana dai consueti luoghi e rapporti. Si cerca di nasconderla e negarla, si muore sempre meno in casa, le esequie sono sempre più asettiche e rapide.

La morte desiderata

Rappresenta un paradosso, mentre da una parte l’uomo d’oggi fa di tutto per rimuovere la morte, dall’altra avviene che molti fanno la tremenda esperienza della difficoltà di continuare a vivere, per cui si desidera soltanto la morte e si guarda alla morte come all’unica via di uscita. Da qui il moltiplicarsi dei suicidi tra i giovani a causa soprattutto della crisi esistenziale e del fenomeno sempre più radicato dell’esercizio del diritto alla sospensione delle cure (DAT) e l’aumento delle richieste di eutanasia.

La morte spettacolarizzata

Ecco un’altra grande contraddizione del nostro tempo: la morte spettacolarizzata attraverso i media, una morte che avvince emotivamente lo spettatore, che segue con animo sospeso il susseguirsi dei fotogrammi contraddistinti da vite stroncate, dove realtà e finzione sovente si mescolano. A volte si tratta di immagini in diretta con azioni di guerra o conseguenze di cataclismi, dove la morte lascia dietro di sé corpi inermi celati da un lenzuolo oppure da fotogrammi sgranati. Altre volte si tratta di morte violenta e gratuita per produrre audience in un film, per creare suspence e partecipazione emotiva.


La morte per i nostri antenati

I nostri antenati erano più pronti di noi alla morte: la vita era costellta da guerre, carestie, mancanza di cibo, medicina empirica, malattie mal curate, epidemie varie… la morte entrava frequentemente nelle famiglie, ognuno la conosceva fin da piccolo e aveva ben presente che avrebbe potuto toccare anche a lui, in qualsiasi momento. La morte era un momento della vita, era vissuta nella condivisione e tra gli affetti.

Il valore del cordoglio (la fase emotiva di dolore iniziale) e del lutto (la fase elaborativa successiva) erano parte della cultura collettiva e ogni luogo o Paese aveva precise ritualità funebri in grado di contenere e riconfigurare l’esperienza. La morte di un membro della comunità era vissuta come evento sociale, e proprio la ritualità aiutava ad allontanare l’angoscia e a rielaborare l’esperienza, consentiva un sano senso del limite, legava le generazioni, onorava gli antenati, offriva continuità.

Molti anziani vivono con il mito dell’eterna giovinezza


Torniamo al presente…

Gli anziani, che una volta erano i saggi a cui guardare per attingere sapienza, oggi spesso fanno di tutto per mantenersi giovani, sovente si travestono da ragazzini, mostrano un giovanilismo ingenuo fondato su fragili puntelli esistenziali, rincorrono un desiderio di immortalità.
Oggi gli anziani sono coloro che sopportano meno le nuove modalità comportamentali imposte dall’emergenza sanitaria, hanno più difficoltà ad adattarsi, sono i meno flessibili, sono i più arrabbiati e disorientati, esattamente come sono disorientati ed arrabbiati molti adolescenti, ai quali però non manca la flessibilità e la capacità di adattamento. Ne approfittano i bambini, che oggi fanno il pieno di affetti familiari a lungo negati o delegati.

Ma su tutti incombe con maggior consapevolezza colei che era innominabile fino a ieri: la morte.
Tutto è successo all’improvviso. La Cina sembrava tanto lontana e ad un tratto abbiamo visto nelle nostre strade file di bare allineate in attesa della destinazione finale, carovane di camion dell’esercito cariche di salme, code di autoambulanze che trasportano malati gravi in ospedali al collasso oppure in altri paesi ospitali. Adesso sappiamo che la morte esiste. Esiste ora, qui, potrebbe bussare alla nostra porta in qualsiasi momento. E ci ha colto di sorpresa, ci costringe a fare i conti con la sua esistenza.

La morte ha bisogno di adeguati luoghi sociali e personali per l’elaborazione


La morte ha bisogno di luoghi e spazi adeguati

Molti hanno perso in questi ultimi mesi un famigliare, un amico, un conoscente, un vicino di casa, e anche chi non ha perso nessuna persona conosciuta prova una grande angoscia di fronte agli aggiornamenti di morte quotidiani. Ascoltiamo i numeri, sono spaventosi, e non possiamo fare a meno di pensare che ad ogni numero corrisponde un nome, un volto, una storia, degli affetti, delle speranze. Al grande cordoglio generale si è aggiunto lo sbigottimento per la sospensione delle funzioni funebri, e ciò ha aumentato il senso di vuoto generato dalla perdita. Come si può iniziare il faticoso cammino dell’elaborazione del lutto, come percorrere la strada di quel ricordo, di quell’affetto che non può più avere risposta? La soppressione dei riti esequiali è un lutto nel lutto, un dolore nel dolore.

Queste ed altre considerazioni hanno necessità di emergere, di essere espresse e non represse. Hanno bisogno di trovare uno spazio di accoglienza e di elaborazione. Se lo desideri possiamo farlo assieme a te…

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