Sistema nervoso e comportamento
comprendere stress, emozioni e neurodivergenza
comprendere stress, emozioni e neurodivergenza
Quando una persona reagisce in modo intenso, si chiude, evita una situazione, diventa irritabile o sembra incapace di adattarsi, la domanda più spontanea è spesso: “Come possiamo far cessare questo comportamento?”
Ma esiste una domanda ancora più importante: “Che cosa sta comunicando questo comportamento?”
Per avere una risposta ampia occorre comprendere il ruolo nei comportamenti e nelle esperienze emotive del “cervello antico”, collegato alle strutture sottocorticali Sistema Nervoso Autonomo, le cui funzioni si affiancano e, a volte sostituiscono, le scelte consapevoli e pensate del “cervello moderno” collegato invece alle strutture superiori della corteccia celebrale parte del Sistema Nervoso Centrale.
Questo modo di guardare alla persona può essere utile per comprendere ciò che accade quando siamo sottoposti a stress, sovraccarico, richieste eccessive o situazioni percepite come imprevedibili.
Diventa fondamentale quando ma si parla di neurodivergenza, ovvero quando una persona possiede un cervello atipico (non sbagliato o malato) che elabora e impara in modo diverso rispetto alla media, come avviene per i disturbi dello spettro autistico, per i deficit di attenzione e iperattività (ADHD) o per molti disturbi specifici dell’apprendimento (es. dislessia o discalculia), fino a giungere alla disprassia e alla sindrome di Tourette.
Ne deriva che un comportamento apparentemente oppositivo può essere una risposta protettiva. Un atteggiamento evitante può indicare sopraffazione. Una difficoltà a prestare attenzione può essere legata alla quantità di stimoli presenti nell’ambiente.

molti comportamenti oppositivi sono in realtà risposte difensive
Questo non significa che ogni comportamento debba essere giustificato o che non debbano esistere regole, limiti e responsabilità. Significa però che prima di correggere un comportamento può essere utile comprenderne la funzione.
Pensiamo, per esempio, a una persona che durante una conversazione diventa improvvisamente irritabile e interrompe il dialogo. Potremmo interpretare la reazione come maleducazione o scarsa collaborazione.
Ma potrebbe anche esserci un accumulo di rumori, richieste, emozioni e informazioni che ha portato il sistema nervoso oltre la soglia di tolleranza. In questo caso, insistere potrebbe aumentare ulteriormente la tensione.
Rallentare, ridurre gli stimoli e offrire una pausa potrebbe invece permettere alla persona di recuperare le risorse necessarie per tornare alla relazione.
Il nostro Sistema Nervoso Autonomo non è passivo: valuta continuamente ciò che accade intorno a noi e dentro di noi attraverso un meccanismo automatico che prende il nome di “neurocezione”, orientandoci verso la connessione, l’esplorazione, la protezione o il recupero.
Quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro, possiamo avere maggiore accesso a risorse come attenzione e capacità di elaborazione, flessibilità, comunicazione dei propri bisogni, curiosità, apprendimento, relazione con gli altri e capacità di recuperare dopo una situazione stressante.
Quando invece lo stress aumenta il sistema nervoso entra in uno stato difensivo, e queste capacità possono diventare temporaneamente meno accessibili.
La persona può apparire allora iperattiva, impulsiva, rigida, perfezionista, irritabile, ritirata o emotivamente molto intensa. In altri casi può bloccarsi, isolarsi o mostrare un forte bisogno di evitare determinati stimoli.
Non necessariamente sta “scegliendo” di comportarsi così nel senso abituale del termine. Potrebbe essere il modo con cui il suo organismo sta cercando di affrontare una situazione percepita come troppo impegnativa. Queste modalità sono ben descritte all’interno dell’innovativa Teoria Poliuvagale

L’ipersensibilità ai suoni e ai rumori è una delle caratteristiche della neurodivergenza
Un elemento particolarmente importante riguarda il rapporto tra elaborazione sensoriale e regolazione emotiva.
Suoni, luci, odori, contatto fisico, affollamento, movimento, consistenze degli abiti o quantità di informazioni presenti nell’ambiente possono essere vissuti in maniera molto diversa da persona a persona.
Per alcune persone neurodivergenti determinati stimoli possono risultare amplificati, imprevedibili o difficili da organizzare.
Immaginiamo, per esempio, un bambino che in un ambiente rumoroso diventa agitato, si copre le orecchie e rifiuta di partecipare a un’attività. Se osserviamo soltanto il comportamento, potremmo pensare che non voglia collaborare.
Se invece ci chiediamo “Che cosa sta succedendo al suo sistema nervoso?”, possiamo considerare la possibilità che il rumore, le persone, le richieste e la quantità di stimoli abbiano prodotto un sovraccarico.
La soluzione, allora, potrebbe non essere aumentare la pressione, ma modificare temporaneamente l’ambiente: ridurre gli stimoli, concedere una pausa, utilizzare supporti visivi o permettere il movimento.
Uno dei concetti più interessanti di questo approccio è quello di sicurezza sufficientemente percepita.
Sentirsi al sicuro non significa necessariamente essere completamente tranquilli. Una persona può essere agitata, muoversi molto, evitare il contatto visivo o avere bisogno di stimolazione sensoriale e, allo stesso tempo, sentirsi sufficientemente sicura nella relazione.
Per questo motivo regolazione non significa necessariamente immobilità, calma o conformità.
Un ambiente può diventare più accessibile attraverso una struttura prevedibile, transizioni chiare, tempi di elaborazione più lunghi, possibilità di scelta e strumenti di regolazione individuali.
La sicurezza, inoltre, non può essere imposta dall’esterno. Possiamo dire a una persona “non c’è nulla di cui preoccuparsi”, ma il suo sistema nervoso potrebbe continuare a percepire stress.
È quindi più utile chiedere: “Che cosa renderebbe questa situazione più gestibile per te?”

La nostra regolazione emotiva contagia positivamente anche quella degli altri
Quando una persona è fortemente attivata, intervenire immediatamente con spiegazioni, richieste e correzioni può non essere efficace. Prima può essere necessario ristabilire una condizione di maggiore connessione.
Anche il modo in cui comunichiamo può avere un ruolo: il tono della voce, il ritmo del dialogo, l’espressione del volto, la prevedibilità e la capacità di sintonizzarsi con l’altra persona possono contribuire a creare un contesto più regolante.
Un adulto sufficientemente regolato può diventare, nella relazione, un riferimento stabilizzante per una persona in difficoltà. Questo vale per genitori, insegnanti, educatori, terapeuti e partner, ma anche per le normali relazioni quotidiane.
Un approccio orientato al sistema nervoso non richiede necessariamente grandi cambiamenti. Spesso sono piccoli adattamenti a fare la differenza:
Anche un genitore, un insegnante o un terapeuta dovrebbe prestare attenzione al proprio stato interno. La nostra attivazione può influenzare la relazione. Quando siamo frustrati, impazienti o minacciati dal comportamento dell’altro, rischiamo di aumentare involontariamente la tensione.

Per cambiare il punto di partenza occorre porsi le domande giuste
Guardare il comportamento attraverso il sistema nervoso non significa rinunciare agli obiettivi educativi o terapeutici. Significa cambiare il punto di partenza.
Questa prospettiva ci invita a vedere dietro il comportamento una persona con una propria storia, una propria sensibilità e un proprio modo di affrontare il mondo.
L’obiettivo non è eliminare ogni momento di disregolazione. La vita comporta inevitabilmente stress, frustrazione e difficoltà. L’obiettivo è piuttosto sviluppare una maggiore capacità di recuperare, comunicare, adattarsi e tornare alla relazione.
A volte, quindi, il comportamento che ci preoccupa non è semplicemente qualcosa da eliminare. È un messaggio che chiede di essere ascoltato.
Considerare il ruolo del sistema nervoso ci aiuta a superare una lettura semplicistica del comportamento. Dietro un comportamento difficile possono esserci stress, sovraccarico sensoriale, bisogno di prevedibilità, difficoltà di regolazione o il tentativo di proteggersi da una situazione percepita come troppo impegnativa.
Questo cambio di prospettiva non significa giustificare qualsiasi comportamento, ma comprenderne la funzione per poter intervenire in modo più efficace e rispettoso. Quando una persona si sente sufficientemente al sicuro, può avere maggiore accesso alle proprie risorse cognitive, emotive e relazionali.
Per questo, nella famiglia, nella scuola e nella relazione terapeutica, può essere utile chiedersi non soltanto “Che cosa deve cambiare?”, ma anche “Di che cosa ha bisogno questa persona per poter stare meglio e funzionare al meglio delle proprie possibilità?”
Imparare ad ascoltare ciò che il comportamento comunica significa, in definitiva, passare dal semplice controllo alla comprensione della persona nella sua globalità. Ed è spesso proprio da questa comprensione che possono nascere interventi più efficaci, relazioni più sicure e autentiche possibilità di cambiamento.
È psicologo, counselor professionista e mediatore familiare. Fa parte del direttivo dell’Associazione di Psicologia Cattolica e ha co-fondato l’associazione non profit Famiglia della Luce con Camilla.
Per molti anni è stato giornalista e formatore nel settore eno-agro-alimentare, ha collaborato con numerose testate e diretto un quotidiano online. Ha inoltre scritto libri di enogastronomia, antropologia culturale e psicologia.
Oggi si dedica alla relazione d’aiuto con l’accompagnamento di singoli e coppie unito alla formazione relazionale dei gruppi nelle imprese profit e non profit.




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